Sopra e a sinistra, il grande ailanto nato nella navata della chiesa scoperchiata di Santa Maria dello Spasimo alla Kalsa.

testi Giuseppe Barbera – foto Margherita Bianca

Si spasima per amore o di dolore. Tutto, nella chiesa scoperchiata di Santa Maria dello Spasimo alla Kalsa, sembra confermarlo. Il quadro di Raffaello che le ha dato nome, le sue vicende (naufragi, recuperi, interventi papali, viaggi avventurosi fino al definitivo esilio spagnolo, al Museo del Prado), il Cristo caduto che trascina la croce verso il Calvario, con lo sguardo implorante verso Maria che soffre e i soldati che si accingono a colpire con la lancia. E poi, i dolori e le gioie che non saranno mancati al fisico e all’animo dei frequentatori quando fu usata come lazzaretto, “deposito di mendicità”, ospedale, discarica. E ancora spasimi di ogni tipo per il ritorno dell’altare del Gagini che sembra sempre imminente e non lo è.

L’amore prevalse negli “Spasimanti” che parteciparono alla grande festa, che nel 1995, tolti molti anni di polvere e macerie, con un concerto di Giovanni Sollima rese disponibile l’uso della chiesa per attività culturali e anticipò la visita del Dalai Lama e di Richard Gere. Il dolore è stato invece prevalente (sui social) per molti cittadini colpiti dalla decisione di abbattere il grande ailanto nato nell’abbandono della navata, tra le pieghe di un muro, cresciuto rapidamente oltre le pareti, con un lungo tronco sbilanciato fino a raggiungere l’irrinunciabile energia del sole.

Era sopravvissuto alle scelte collegate al recupero delle strutture murarie. Ci si limitò a liberarlo da un abbraccio di edera, fin troppo esuberante, poco curandosi di un lignaggio non proprio nobile: pianta ruderale, specie aliena e invadente, nemica delle architetture, dai fiori puzzolenti, padrona indiscussa delle macerie. Il fascino romantico del rapporto tra natura e cultura, la sorpresa per una presenza viva e imprevista, supportato da una positiva valutazione tecnica sulla stabilità, portarono alla sua salvezza. Poi, nel 2013, due suoi compagni crollarono improvvisamente. L’esemplare sopravvissuto fu studiato con le metodologie delle scienze arboree. Fu individuata alla base una cavità di pochi centimetri che non destava preoccupazione al momento ma che imponeva controlli nel tempo. Questi sono stati condotti alla fine del 2019, sollecitati da un intristimento della chioma che non lasciava presagire nulla di buono. A una nuova analisi la cavità si era decuplicata, un fungo aveva degradato la lignina che dava consistenza al legno e questo si era come polverizzato: carie bianca, anche quello sano era infetto.

Anche gli alberi si ammalano e muoiono e, quando succede, cadono senza avvertire e possono fare molto danno. Non è difficile immaginare cosa possa capitare ai frequentatori dello Spasimo durante una visita, un concerto, una recita. L’albero andava abbattuto. Sostegni, iniezioni di cementi o resine, ancoraggi, trapianti e forme d’arte che vorrebbero indecorosamente approfittare delle sue spoglie non risolvono il problema, anzi, nel tempo, lo aggravano. È inutile ogni accanimento terapeutico. Anche per gli alberi è una forma di crudeltà. Vanno protetti ma gestiti, non ciecamente adorati come ai tempi dei boschi sacri, della nascita delle religioni, della dendrolatria.

A ridosso della chiesa c’è un grande terrapieno, nato sui bastioni delle mura urbane e divenuto, tra piante spontanee e piantagioni improvvisate, un disordinato giardino. Poco tempo fa una tempesta di vento ha schiantato un eucalipto su una casa, sfiorando una tragedia. Il successivo intervento ha eliminato molti alberi sopravvissuti e alcuni li ha orrendamente mutilati. Recuperare, con nuove piante accuratamente scelte e disposte, il giardino sarebbe il modo migliore per far pace con gli alberi e attenuare il rimpianto per uno di loro che non può esserci più.

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