Per Lucrezia Reichlin, economista della London Business School e fondatrice della Ortygia Business School, c’è una sola via per poter ripartire dopo l’emergenza: uno sforzo di spesa pubblica eccezionale. Perché deve vincere su tutto la solidarietà.

di Antonella Filippi

Lucrezia Reichlin studiava a New York, dove ha conseguito il PhD in Economia, quando ancora frequentare un’università straniera era un lusso per pochi. E’ diventata un cervello in fuga ben prima che questa espressione avesse un così grande successo. Ma lei, figlia di due esponenti dell’intellighenzia di sinistra, Alfredo Reichlin, direttore de “L’Unità” e Luciana Castellina, fondatrice del Manifesto, già sapeva che il mondo fuori dall’Italia era grande e tutto da conquistare. Certezze delle giovani donne degli anni Settanta. Detto fatto: fino al 2005, a Francoforte, ha ricoperto il ruolo di direttore generale ricerche della Banca Centrale Europea, oggi insegna alla London Business School e vive a Londra, parla quattro lingue, è studiosa di econometria, è stata nel board di Unicredit, è opinionista, co-fondatrice di Now-Casting, un servizio online che produce informazioni in tempo reale sull’economia. La circolazione delle idee è un suo pallino e cosa c’è di meglio di una business school, una comunità in cui i futuri leader possono imparare e crescere? Un modello Bocconi ma con finanziamenti privati, proprio come l’“Ortygia Business School”. Importazione di capitale umano qualificato: “La missione della scuola è quella di favorire la cooperazione e lo sviluppo economico tra i paesi del Mediterraneo. L’obiettivo è quello di fare una scuola di management non solo per il sud ma di piazzarla al sud e attrarre studenti dal resto d’Italia e dal Nordafrica. Volevamo iniziare in una modalità più di nicchia, offrendo a manager di grosse società come Eni ed Enel corsi di alto livello, ma facciamo anche programmi di coaching per le aziende familiari, soprattutto siciliane. Poiché dal punto di vista economico siamo ancora traballanti e, a causa del coronavirus, anche i nostri corsi sono stati cancellati, abbiamo pensato a un’attività gratuita di supporto su una piattaforma che informi sullo sviluppo virus”. A Siracusa: “La Sicilia, per vicinanza geografica e storia, è collocata in modo ideale per accogliere un’iniziativa di integrazione economica tra le due sponde del Mediterraneo. Ero indecisa tra la Puglia e la Sicilia, poi Siracusa aveva offerto delle garanzie e la scelta è caduta sulla seconda: vedremo cosa succederà in futuro, di certo Ortigia sarà pesantemente toccata dalla crisi del turismo”. La conversazione vira verso il coronavirus e le sue conseguenze. Nessun dubbio: questa volta è diverso. Perché questa crisi non ha origine dal settore finanziario, perché l’Europa non ha un bilancio progettato per le emergenze, perché se la pandemia non viene affrontata con una risposta politica aggressiva e tempestiva, è probabile che i suoi effetti siano di lunga durata; perché sono messi alla prova la resilienza dei sistemi sanitari pubblici, le relazioni sindacali e i meccanismi di solidarietà in tutta la Ue. Un vero e proprio test di unità per un’Europa che deve ancora smaltire la sberla Brexit, una nuova emergenza perfino per quei paesi – l’elenco tiene fuori sia l’Italia che la Grecia – che avevano rimesso a posto i conti dopo la crisi. Obbligatoria una risposta comune a livello europeo, “Siamo di fronte a una crisi globale, non italiana”, dice l’economista. Che non ci sta a pensare a un’Europa che si muove in ordine sparso e senza una visione d’insieme: “Credo che alcune risposte le abbia date, ma molta stampa ama sostenere che non faccia nulla. Io non la penso così. Siamo un insieme di paesi diversi e ognuno risponde ai propri elettori. Sicuramente l’Europa ha messo in campo degli strumenti, la situazione richiede l’assegnazione a livello UE di nuovi fondi dedicati ad affrontare le conseguenze della malattia ovunque si manifestino all’interno dell’Unione”. Entra nel dettaglio: “I segni positivi non mancano, c’è molta più disponibilità rispetto, per esempio, al comportamento tenuto durante la crisi della Grecia. C’è bisogno di un pacchetto di misure per sostenere l’infrastruttura ospedaliera e le persone colpite dal virus. Servono miliardi di euro ed è per questo che abbiamo bisogno di un’azione coordinata con la Bce che garantisca la stabilità dei tassi a fronte dello sforzo fiscale. L’intervento fiscale sarà fondamentale”.

E’ consapevole che “i paesi dell’Unione europea saranno colpiti in maniera differente e che i più fragili, come l’Italia, soffriranno di più ma penalizzarci sarebbe controproducente per tutti”. In fondo il virus maledetto non guarda in faccia nessuno: “E domanderà uno sforzo di spesa pubblica eccezionale in tutti i Paesi. A questa situazione bisogna rispondere mettendo soldi sul tavolo, l’indebitamento è una necessità. Occorre liquidità per i cittadini, per le imprese: nel migliore dei casi ci indebiteremo del 145/150%. Sarebbe desiderabile potere emettere debito a livello europeo, cioè garantito da tutti i Paesi. Per esempio, il Mes potrebbe aprire una linea di credito da erogare a tutti gli stati membri in proporzione alla gravità dei problemi del sistema sanitario e dell’economia. La disponibilità di prestiti del Mes ridurrebbe i rischi per la stabilità economica e finanziaria per tutti e, allo stesso tempo, renderebbe i costi del credito meno dipendenti dalla situazione finanziaria dei singoli Paesi. Finora purtroppo non si è trovato un accordo su questa proposta perché implica un sussidio da parte dei Paesi meno indebitati verso quelli più indebitati, come il nostro, e una condivisione del rischio. Non ci sono cattivi, ma ci sono però realtà differenti e il negoziato politico è complesso. Ma la solidarietà tra tutti deve prevalere: penso che alla fine l’Europa andrà in questa direzione, ne va il futuro dell’Ue e dell’esistenza dell’euro. Comunque, bisogna riconoscere che essere nella Eu e nell’unione monetaria ci dà senz’altro dei vantaggi. Da parte della Bce c’è la disponibilità ad agire e questo è importante perché la banca centrale ha una grande potenza di fuoco. Inoltre, la Commissione ha mostrato flessibilità: sciogliere il vincolo del patto di stabilità è stata una buona mossa, ha mobilitato risorse dal suo bilancio. Ma l’Europa non ha la bacchetta magica, il bilancio comune è piccolo e finanziato dalle tasse. Per la Sicilia è importante sapere che parte del denaro sarà quello non speso del Fondo di coesione”.

Futuro futuro futuro: “Nero, inevitabilmente. Nel 2020 la perdita del Pil sarà molto più grande di quella dell’ultima crisi, per tutti i Paesi europei ed extraeuropei. Andiamo incontro a una recessione mondiale profonda. Il problema è capire quanto durerà e questo dipende dalla risposta dei governi europei ma anche dagli Usa che nonostante il bazooka fiscale e monetario hanno un sistema sociale e sanitario fragilissimo. Non so cosa potrebbe succedere alla stabilità sociale se l’economia si bloccasse per molto tempo”. Italia, paese di artigiani, le PMI ci (e si) salveranno? “Non esattamente. Le PMI, indebolite dalla situazione, necessitano di un consistente sostegno finanziario in questa fase, sotto forma di agevolazioni fiscali, linee di credito agevolate e sovvenzioni per prevenire i fallimenti. Credo che arriveremo a un punto in cui lo Stato sarà sempre più protagonista nell’economia. Avremo un regime economico diverso da quello che abbiamo fin qui conosciuto, con più Stato nell’economia”. Un messaggio finale: “Piuttosto che innalzare il livello del malcontento di tutti in una situazione già drammatica, bisogna mantenere nervi saldi e una forte coesione nazionale. Pensando che l’Europa è un’opportunità – che deve essere sempre più solidale e inclusiva – e non un impedimento, ma qualcosa che non ci appartiene. L’Europa siamo noi”.

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