Oggi, nell’era della pandemia climatica, abbiamo l’obbligo di ripensare radicalmente il modello di sviluppo assecondandone la sua metamorfosi verso una resilienza strutturale.

Maurizio Carta

In giorni infettati dal coronavirus, con i suoi effetti collaterali di infodemia, serve una riflessione di sistema per imparare dalla crisi. Già in un rapporto del 2007 l’Organizzazione mondiale della Sanità ci metteva in guardia sulle infezioni virali come una delle minacce più consistenti in un pianeta sottoposto al grave cambiamento climatico. I virus, infatti, essendo patogeni che non vivono senza le cellule animali, cercano sempre nuovi ospiti. E noi gli abbiamo aperto le porte: le variazioni di pioggia e umidità, il riscaldamento, la vorace espansione urbana cambiano le interazioni tra le diverse componenti biologiche e, quando le nicchie ecologiche si spalancano, i virus colonizzano un nuovo essere comportandosi inizialmente in modo molto aggressivo.

Oggi siamo alla fase apicale di una crisi pandemica che si diffonde dagli anni ‘60 del XX secolo, quando esplosero le contraddizioni del capitalismo prodotto dalla Rivoluzione industriale e iniziò a diffondersi la consapevolezza che il modello di sviluppo occidentale producesse diseguaglianze sociali, un impoverimento culturale, un consumo di risorse fisiche molto oltre i limiti del pianeta e un susseguirsi di crisi economiche derivate. Oggi, nell’era della pandemia climatica, abbiamo l’obbligo di ripensare radicalmente il modello di sviluppo assecondandone la sua metamorfosi verso una resilienza strutturale.

Siamo in pieno Antropocene, l’era dell’accelerazione delle modifiche territoriali, sociali, economiche e climatiche prodotte dall’umanità, che ha sbaragliato tutte le altre specie viventi ed è diventata la più potente forza che deforma l’ambiente. Gli habitat urbani hanno invaso gli ecosistemi naturali, risvegliando ed espandendo malattie prima confinate e separate. La risposta deve essere un nuovo approccio responsabile e militante non solo per ridurre l’impronta ecologica delle attività umane, ma per utilizzare la nostra intelligenza a servizio della sensibilità nei confronti dell’ambiente, delle persone e del patrimonio culturale, ma soprattutto per ripensare le città. Significa tornare a progettare città in armonia con la natura, con un metabolismo circolare dei cicli dell’acqua, del cibo, dell’energia, della natura, dei rifiuti, delle persone e dei beni.

La vita su Gaia, la nostra Terra come brillantemente definita nel 1972 da James Lovelock, è basata sul mantenimento di valori costanti e se l’equilibrio si altera – come fa l’urbanizzazione predatoria – qualcosa subentra per regolarlo. E se non siamo noi capaci di farlo, il pianeta ci pensa da solo.