Lo possiede solo lui, Giorgio Comandè, maestro vetraio di Monreale che, a mano, realizza strumenti in vetro di precisione usati da aziende chimiche, farmaceutiche ma soprattutto dai vulcanologi in ogni parte del mondo. Il suo sogno? Creare un luogo dove insegnare la sua arte a bambini e ragazzi.

di Claudia Cecilia Pessina

Se gli chiedi come ha fatto a farsi conoscere in tutto il mondo ti risponde “Così, piano piano, il mio nome cammina”. Stati Uniti, Abu Dabi, Tenerife, Antille: ovunque ci siano vulcani, attivi o silenti, e quindi anche nella nostra Sicilia, Giorgio Comandè è la figura di riferimento dei centri vulcanologici e delle aziende locali per la produzione di strumentazioni in vetro altamente specializzate, legate al prelievo dei gas emessi dalle fumarole. Ma non solo. Anche nel settore petrolchimico, farmaceutico, chimico-biologico, ovunque ci sia necessità di apparecchiature sottovuoto o reattori in vetro per le sperimentazioni

“Il vetro c’entra sempre – afferma perentorio Giorgio – non è inquinabile e non rilascia impurità e inoltre non si deteriora, perciò è indispensabile nel mondo scientifico in tutti quei casi in cui si procede per analisi”. I manufatti sono tutti realizzati nel laboratorio di via Ceraulo a Monreale, alle porte di Palermo, personalmente da Giorgio Comandè, che, per mettere in sicurezza le lavorazioni, ha pensato di stabilirsi, anche per viverci e godere della natura, in una zona di campagna. La perizia di Giorgio, che di questo materiale conosce ormai ogni segreto, arriva da lontano. Sin da bambino si ritrova sempre proiettato verso ogni sorta di attività e giochi legati alla manualità che, come lui stesso ricorda, “costituivano il momento di massima espressione per me, dal momento che la scuola d’infanzia non si prendeva cura delle mie difficoltà scolastiche legate a una leggera forma di balbuzie”. Era come se la rigida sintassi e la vocalità del linguaggio verbale venissero sostituite dalla silenziosa e immaginifica operosità delle sue mani che, come in un gioco, instancabile e gioioso, gli permetteva di creare oggetti pregni di significato, costituendo la “piena manifestazione di quello che volevo esprimere ed essere io”. Curiosità e voglia di apprendere lo portano da ragazzo e giovane adulto a imparare i mestieri più disparati, passando dalla bottega dove si facevano fusioni a quella di un barbiere, a fare caffè al bar, fino all’officina meccanica e al laboratorio di intarsi e restauro del legno dove apprende l’arte di costruire mobili con la tecnica a incastro, cioè senza chiodi o viti, con la sola colla a caldo. Impara anche a usare il tornio e le frese, a disegnare e a fotografare. “Osservando, cominciavo a imitare i lavori che facevano i maestri. Successivamente, mi sarebbe bastato solo uno sguardo per rubarne il mestiere”.

Un inestimabile bagaglio di esperienze e di saper fare che mattoncino dopo mattoncino si sarebbero rivelati tutti ugualmente importanti, conducendolo al successo. “Ero diventato un giovanotto e mi pesava tantissimo il fatto che tutti gli amici andassero alla scuola superiore e poi all’università, mentre a me sembrava di rimanere indietro”. Oggi, Giorgio non ha rimpianti. Proprio questo iniziale apparente svantaggio lo ha portato a compiere scelte diverse. Proprio quelle abilità manuali gli hanno permesso di realizzare oggetti utili e, nei momenti più ispirati, anche artistici. Le difficoltà comunque, ora ne ha la certezza, lo hanno stimolato ad affrontare la vita con maggiore concentrazione e volontà.

Infatti a 18 anni decide di riprendere gli studi, conseguendo in un anno la licenza media, e riuscendo dopo altri cinque a diplomarsi. Questo gli apre le porte dell’Università di Palermo dove trova impiego come tecnico di laboratorio alla facoltà di Ingegneria chimica. Qui può finalmente cominciare a integrare tutte le abilità sviluppate in precedenza e costruire una sua professionalità specifica. Non rimane mai fermo. Impara a costruire, per gioco, oggetti artistici e apparecchiature in vetro pyrex. Nasce anche il desiderio di mettere su il suo laboratorio di lavorazione del vetro. Sono gli inizi degli anni ‘80 quando, insieme alla sorella Giusy, apre un negozio in via Pietro Novelli a Palermo, dove può dare libero sfogo a tutta la sua creatività, producendo un mondo fantasioso di animaletti e oggetti d’uso in vetro soffiato, medaglie, vasi e sculture. Il tempo per il negozio però è poco: ormai il volano che lo avrebbe portato ad affermarsi come un esperto di apparecchiature in vetro nel campo della chimica, chimica farmaceutica, biologia, agraria, mineralogia e soprattutto della vulcanologia si è messo in azione. Gli basta un’occhiata per capire come modificare, adattare forma e dimensioni di apparecchiature complesse per migliorarne la praticità e la durevolezza, e alla fine semplificare e rendere più efficace tutto un impianto.

“Come quella multinazionale americana due anni fa. Ho rinnovato le linee installando nuovi rubinetti in teflon, eliminando quelli con il grasso e anche il mercurio”. Grazie al suo ruolo nell’ateneo di Palermo si fa conoscere e avvia collaborazioni importanti con tutte le principali università siciliane e con l’INGV, grosso centro vulcanologico che si occupa di analizzare i campioni sulfurei prelevati nei vulcani, per rilevarne il rischio di esplosività. Gli strumenti realizzati ad hoc viaggiano insieme ai ricercatori anche all’estero e di ritorno cominciano ad arrivare committenze da aziende e università in Europa e tutto il mondo. In particolare dai Paesi dove si effettuano studi di mineralogia e geochimica vulcanologica. Ciò che viene apprezzato è soprattutto la precisione e l’ingegnosità del lavoro, fatto a mano e totalmente su misura.

Per realizzare i vari oggetti Giorgio si serve di canne lunghe un metro e mezzo e di diametri vari, da tre a 150 millimetri. Utilizza in prevalenza il vetro tecnico boro-silicato (pyrex o duran), per la sua caratteristica di resistere agli sbalzi di temperatura. Il punto di fusione è a 900 gradi, ma per raggiungerlo bisogna azionare un bruciatore alimentato da gas metano o propano, con l’aggiunta di ossigeno e aria, che fanno alzare la temperatura fino a 2400 gradi. Prima di fondere, il vetro assume un carattere pastoso, ed è questa la fase in cui può essere lavorato grazie alla sua malleabilità, duttilità e non conduttività. Tenendolo da uno o due lati è possibile effettuare saldature e piegature con la soffiatura. Dopo la lavorazione il manufatto viene passato nel forno, per dare una ricottura uniforme e levare le tensioni, causa di eventuali rotture. “Ogni volta che mi metto a ideare un oggetto nuovo, devo pensare da dove iniziare e dove finire. Devo già immaginare sin da subito i vari passaggi e poi attuarli modellando rapidamente passo passo ogni parte dell’oggetto, senza sbagliare, mentre il vetro è ancora allo stato plastico. Con un giro di mani e un soffio, è come una magia vedere sbocciare l’oggetto finito”.

Oggi Giorgio ha 69 anni, potrebbe considerarsi in pensione. È un uomo realizzato. Il suo unico cruccio: non avere trovato un giovane, un socio o un aiutante che sia in grado di affiancarlo nel lavoro. Che nel frattempo è cresciuto a dismisura. Non ha creato neanche una vetrina online perché già le commesse che arrivano sono fin troppe rispetto alla possibilità di una sola persona. Il suo sogno? Creare un laboratorio dove bambini e ragazzi possono osservare, imparare e lavorare insieme agli artigiani. Forse in questo modo anche a Palermo, dove la tradizione del vetro non ha attecchito come a Venezia, ed è andata scemando nel corso dei secoli, potrà riprendere vigore e dar luogo a una fioritura tardiva.

 

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