Il tema dell’infanzia abbandonata era assai antico e le sue dimensioni, in particolare nell’Europa cattolica, rimasero ampie fino al primo Novecento. Il sistema di regolamentazione avviato in Sicilia istituzionalizzava anche la figura delle balie retribuite.

di Salvatore Savoia

Nelle “Lettere su Messina e Palermo” di Paolo R. del 1836, si racconta di un’istituzione d’avanguardia per l’epoca, il Conservatorio di Santo Spirito per gli esposti, situato all’ingresso della Porta Felice e nato dalla trasformazione dell’antico ospedale di San Bartolomeo. La pratica dell’accoglienza dei bambini abbandonati viene descritta nel volumetto in ogni dettaglio, dal ritiro dei rejetti dal buco celato in un viottolo solitario, “con fino accorgimento, allontanandosi così ogni rossore da quelli che li vanno ad esporre”, alla campanella che dall’interno avvertiva dell’arrivo del bambino, subito registrato, lavato, vaccinato e dopo tre giorni affidato a una balia, che percepiva per tale servizio “15 tarì mensili per nutricare una fanciulla, e 18 per un  maschio”. Dopo un anno i trovatelli iniziavano la loro vita nel Conservatorio: alle donne, “meglio curate degli uomini”, si insegnava a leggere, scrivere, far di conto,  ricamare, e per quelle che vi avevano naturale inclinazione, conoscere la musica. Per le attività tessili, erano disponibili apparecchiature e filande provenienti da Parigi da Londra o dalla Svizzera. I lavori realizzati si vendevano in un’apposita bottega e un terzo del ricavato era riconosciuto alla lavorante.

Una descrizione edulcorata che ricorda più un collegio per fanciulle che la realtà dura di un mondo violento, ma non si può tacere degli sforzi per migliorare le condizioni degli ultimi della società praticati a Palermo nel primo Ottocento, a cominciare dalla Real Casa dei matti voluta dal Barone Pisani. Le nuove norme imponevano al direttore dello Stabilimento degli esposti di informare entro 24 ore l’ufficiale dello stato civile di ogni nuovo “projetto” e lo stesso direttore aveva la facoltà di dare un cognome ai bambini affidati alla sua tutela. Veniva costituito infine a favore delle donzelle che vivevano negli stabilimenti di pietà un “maritaggio” di 25 ducati ricavato da una quota delle estrazioni dei numeri del lotto.  Il regolamento fissava persino la retribuzione mensile delle balie.

Il tema dell’infanzia abbandonata era assai antico e le sue dimensioni, in particolare nell’Europa cattolica, rimasero ampie fino al primo Novecento. Il sistema di regolamentazione avviato in Sicilia istituzionalizzava anche la figura delle balie retribuite. Il rapporto dei trovatelli con le balie – nella maggior parte dei casi donne di campagna – si manteneva a vita, e non pochi di quei ragazzi costituirono per secoli la grande massa di lavoro del latifondo agrario.

Come funzionava la ruota degli esposti? In un angolo appartato di un ospedale o di un’opera pia era ricavata una nicchia in legno con una base girevole, su cui si deponeva il neonato infagottato. “La ruota – diceva il dettagliato Regolamento – deve essere posta nel mezzo di un muro di una casa abitabile, in un luogo comodo, ma non molto pubblico, deve essere capace di ricevere un bambino nato di fresco, senza il menomo impedimento in qualunque tempo, e specialmente la notte. Nella camera stessa ove era posta la ruota, dovea trovarsi una femmina proba ed onesta, la ruotara o rotara, approvata dal parroco, che al suono di una campanella accorre a accogliere il nuovo arrivato”. Per i bambini si apriva un futuro confinato nelle fasce più basse della società, anche se grazie a quel po’ di istruzione ottenuta, riuscivano non di rado a trovare occupazione negli ospedali stessi o presso le famiglie dell’aristocrazia che mantenevano una sterminata servitù. Per i maschi una vita di fatica, dopo una adolescenza passata ad accompagnare in silenzio grigie processioni per i funerali dei notabili; per le bambine, in aggiunta a tutto ciò, la massima cautela per difendersi dalle attenzioni sordide di un po’ tutti.

Il sistema delle ruote era stato ideato in Francia alla fine del secolo XII e resistette per secoli. A Milano, tra il 1845 e il 1864 vennero abbandonati alla ruota 85.267 bambini, il 30 per cento circa dei nati in città. Ai trovatelli venivano dati vari cognomi, tra i quali al nord Diotaiuti o Diotallevi, al sud ogni variante del cognome Esposito, a Firenze Innocenti e nella Roma pontificia lo stesso termine di Projetti.

Dopo l’Unità, nacque in Italia un movimento abolizionista della “ruota”. L’abolizione delle “ruote” cominciò nel 1867, ma solo nel 1923 furono tutte eliminate.

Quel mondo doloroso alimentò una letteratura minore, che raccontava storie di dame peccatrici e di figli rifiutati da grandi famiglie, ma anche di casi di ritrovamenti di rampolli attraverso collanine o medaglioni che accompagnavano il “fagottino deposto”. Anche il feuilleton cercava temi per nuove puntate.

Chi scrive ha trovato tempo fa un foglio del Registro dei trovatelli della Ruota di Palermo, datato 8 aprile 1881, che racconta dell’arrivo da Corleone di una bambina ignuda, “del peso di kg. 2,7, giorni 2 di vita”, insieme a una serie di particolari sul suo corpo, tra i quali spicca una “piaga nella spina d’orsale (!)”. Mi piace illudermi di un futuro non troppo insopportabile per questa sconosciuta creatura.