Un singolare ma intelligente “ritorno all’indietro”, recupera dall’esperienza dell’intervento straordinario degli anni ’50 e ’60, la logica della centralizzazione del coordinamento strategico delle politiche, e l’orientamento verso interventi concentrati nel territorio,

di Antonio Purpura

Anche il governo Conte bis, al pari degli altri che lo hanno preceduto negli ultimi quindici anni, ha predisposto un proprio Piano per lo sviluppo del Mezzogiorno, denominandolo “Piano Sud 2030”. Il documento è stato accolto con parecchio scetticismo, come testimoniano la modesta eco sulla stampa e il debole riscontro nel dibattito politico e nelle discussioni fra esperti. La sua presentazione è avvenuta, a metà febbraio, a Gioia Tauro, proprio in un territorio nel quale si trova una delle grandi infrastrutture del Mezzogiorno che hanno sin qui espresso soltanto in parte il loro potenziale di sviluppo. Per questo motivo, a molti la scelta è parsa infelice. In realtà, essa riveste un importante valore segnaletico della logica innovativa che ispira il Piano.

Il Piano si articola in cinque grandi “missioni” che affrontano gli ambiti cruciali dell’economia e della società meridionali (giovani, connessione materiale e sociale, sostenibilità, integrazione nel Mediterraneo, innovazione). La vera novità non si trova tanto nell’ampiezza e nell’onnicomprensività delle missioni e degli obiettivi, e nemmeno nell’entità delle risorse (123 miliardi) in gioco.

L’innovazione risiede, piuttosto, nel “metodo” di formulazione e di attuazione delle politiche. Su tale metodo poggia la credibilità dell’intero disegno di sviluppo. Esso, con un singolare ma intelligente “ritorno all’indietro”, recupera dall’esperienza dell’intervento straordinario degli anni ’50 e ’60, la logica della centralizzazione del coordinamento strategico delle politiche, e l’orientamento verso interventi concentrati nel territorio, capaci, per ciò, di generare impatti significativi sulle dinamiche di crescita.

Ai “Centri competenza nazionali” (Invitalia, Investitalia, ACT) è affidato il compito di gestire – assieme ad appositi “Comitati di indirizzo” – la definizione e l’attuazione degli investimenti e degli interventi, e di sviluppare, a tal fine, con le amministrazioni locali, sia rapporti di cooperazione che attività di sostegno alla loro, oggi del tutto carente, capacità di progettazione. Come si può notare, siamo in presenza di una radicale svolta rispetto alle infruttuose esperienze dei programmi di “sviluppo dal basso”, che hanno drogato l’economia meridionale negli ultimi 25 anni. Se non è innovazione questa, cos’altro!