A tre giorni dalla fine del lockdown (almeno, quando scriviamo, la data del 4 maggio sembra certa), ci chiediamo tutti come usciremo da questa reclusione fisica ed esistenziale, con l’attesa e lo smarrimento dei carcerati che si chiedono quale mondo troveranno quando le porte del penitenziario verranno aperte. E saranno liberi. Fuori dalla bolla di un tempo sospeso e organizzato, liberi di gestire nuovamente la propria vita, ma di nuovo responsabili delle proprie scelte.

Io penso che in qualche modo sia così per tutti noi, soprattutto per i più dinamici, per i più affannati, per i più bulimici nella vita ante-virus. Tutti noi che in questo bimestre sabatico abbiamo percepito in modo chiaro quali sono le cose importanti della vita. Sfrondando l’inutile, andando al cuore delle cose, cercando le relazioni vere e piene che ci gratificano profondamente, fuori dall’ansia sociale.

“Saremo meno disposti a vivere vite infelici, vite dimezzate. Avremo bisogno di verità, di trovare la nostra strada, di essere compiuti”, dice a Gattopardo Umberto Totti, che forma alla leadership i dirigenti delle grandi aziende italiane, e che è convinto che questa crisi sia una grande opportunità di cambiamento individuale e collettivo. Ci fa da benefico profeta il grande Andrea Camilleri, che nella bellissima intervista rilasciata vent’anni fa a Fabio Albanese e poi dimenticata (grazie all’artista Davide Bramante per la magnifica illustrazione del Maestro che ci ha regalato), prevede nel futuro una Sicilia bellissima, con i suoi occhi da Tiresia.

C’è un’arte giapponese, si chiama kintsugi  – letteralmente riparare con l’oro – e consiste nell’incollare i cocci della ceramica con lacche e metalli preziosi. Le crepe degli oggetti non vengono nascoste, ma diventano valore. Per oggetti unici, che portano orgogliosamente i segni della propria vita. Ecco, io credo che dopo il virus saremo tutti come quegli oggetti preziosi. Feriti, ma più consapevoli e più forti.

Laura Anello