All’inizio di primavera si ripete a Scicli la millenaria festa di San Giuseppe. Rievocazione della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, è una celebrazione inserita nel registro delle eredità immateriali dell’Unesco. Un gioiello del folklore siciliano.

testi Armando Antista – foto Roberta Ficili

I fiori, i cavalli, il fuoco: sono tre gli elementi da cui emerge la potente suggestione della Cavalcata di San Giuseppe, la prima attesissima festa di primavera a Scicli, rievocazione della fuga in Egitto della Sacra Famiglia. È il preludio alle tre celebrazioni religiose inserite nel REI, il Registro delle eredità immateriali della Sicilia, lo strumento di mappatura e tutela delle espressioni culturali di altissimo valore identitario per le comunità patrocinato dall’Unesco. La cavalcata, infatti, anticipa in genere i riti della Settimana santa – che culminano nel trionfo del Cristo risorto, “ù Gioia”, che ha ispirato “L’Uomo Vivo” della canzone di Vinicio Capossela – e la festa della Madonna delle Milizie, commemorazione del miracoloso intervento della Vergine nella battaglia tra Ruggero I d’Altavilla e l’emiro saraceno Belcane, che vide vincitore, naturalmente, il conte normanno.

Nel fine settimana successivo al 19 marzo il quartiere di San Giuseppe diventa il teatro della festa: decine di cavalli sfilano vestiti con grandi bardature sostenute da ingombranti strutture un tempo fatte di rami di palme e sacchi di iuta – oggi sostituiti da materiali più leggeri – interamente ammantate da migliaia di fiori di violaciocca, balucu in dialetto, che compongono, come un mosaico, scene della Sacra Famiglia e un vasto repertorio di simboli.

Riuniti nella piazza principale della città, cavalli e cavalieri che indossano gli abiti della tradizione contadina muovono verso il sagrato della chiesa di San Giuseppe, dove una giuria li attende per valutare le bardature e i gruppi in costume e per proclamare un vincitore. Ottenuta la benedizione del parroco il corteo, in testa la Sacra Famiglia interpretata da figuranti, percorre le vie della città, fino ad alcuni anni fa guidato dalla luce dei ciaccari, fasci di canne di ampelodesmo accesi come torce per illuminare il cammino, riecheggiando l’episodio biblico. Il passo, accompagnato dal suono dei campanacci appesi al collo dei cavalli e dal grido “Patrià, Patrià, Patriarca” che si leva dalla folla, è scandito dal fuoco dei pagghiara, i falò accesi al passaggio del corteo, attorno ai quali si riunisce ogni quartiere per consumare un banchetto a base di carne e carciofi arrostiti.

Non sfuggì a Giuseppe Pitrè il carattere eccezionale dei festeggiamenti siciliani in onore del Patriarca, “dei santi il più carezzato patrono”, che coincidono, non a caso, con l’equinozio di primavera. Si sovrappongono infatti, nell’universo del folklore siciliano, celebrazioni cristiane in onore di San Giuseppe e pratiche evocative della fertilità, del ritorno della vita e dell’abbondanza nei cicli produttivi rurali, in cui ricorrono elementi simbolici come il fuoco e il grano.

Temi legati alla dualità morte-rinascita si nascondono dietro le forme di ritualità che costellano le feste primaverili a Scicli come in innumerevoli altri luoghi, anche se qui più che altrove la comunità sembra avere preservato e tramandato le proprie tradizioni con una cura speciale. È vero, infatti, che le radici arcaiche hanno assicurato alle celebrazioni pubbliche un valore immenso come momento di riconoscimento collettivo, in cui, per usare le parole di Antonino Buttitta, “le società ribadiscono e celebrano se stesse e le proprie rappresentazioni della realtà cosmica e sociale”, che per definizione sono in continuo mutamento.

Il rischio è, però, che l’accelerazione subita dalle trasformazioni sociali negli ultimi decenni svuoti di senso i rituali fino a estinguerli, se non intervengono azioni di tutela e fenomeni di risemantizzazione, che possono facilmente scaturire dalla natura spettacolare di eventi come la Cavalcata di Scicli. La perdita del legame con la grande fiera che si svolgeva, tradizionalmente, qualche settimana appresso e che richiamava commercianti da tutta la Sicilia e da Malta, lo scollamento progressivo dalla “liturgia” stagionale della realtà quotidiana contadina, la mutazione dei sentimenti religiosi e della loro esibizione hanno sottratto alla festa alcuni dei suoi caratteri più avvincenti e affievolito il pathos che accompagnava l’evento. Nuove istanze di ordine pubblico, poi, specie dall’avvento del metano nei primi anni ‘2000, hanno “spento” i ciaccari e ridotto significativamente il numero e la dimensione dei falò, un tempo così imponenti da spaccare talora i vetri delle abitazioni circostanti e così numerosi da accendere la città come un immenso braciere, o per lo meno così viene descritta da chi si inerpicava sul colle di San Matteo per assistere a uno spettacolo ardente.

Dai ricordi d’infanzia di Elio Vittorini fissati in un brano di Conversazione in Sicilia emerge il frastuono della folla che un tempo agitava il corteo, descritto così dall’etno-antropologo Serafino Amabile Guastella nel 1876: “Or nella sera della vigilia il popolo tutto quanto, invaso da sacro entusiasmo, afferra il Patriarca, lo sospinge a furia di braccia, lo pone a cavalcioni di asino, gli mette tra le braccia un bimbo di stucco e lo costringe a correre per tutte le vie e viuzze del paese, preceduto da un’immensa caterva di villani e operai, chi a cavallo, chi a piedi, ma tutti con le fiaccole in mano, tutti fischianti e urlanti, tutti in corsa vertiginosa”.

In anni recenti, tuttavia, il successo turistico di Scicli si è riversato anche sulla Cavalcata, che vive una ritrovata crescita nella partecipazione popolare e una conseguente rinascita in chiave artistica. Il senso di comunità che tiene insieme i gruppi di bardatori è sopravvissuto, infatti, all’attenuarsi delle dinamiche di competizione che in passato infiammavano la gara, talvolta, fino alla rissa. L’introduzione di nuovi materiali e tecnologie ha permesso di affinare la tecnica della bardatura e di realizzare strutture sempre più leggere per il benessere del cavallo che, giurano i bardatori, è considerato il primo membro del gruppo, quindi oggetto di rispetto e altissima attenzione. Non più cucite, a mazzetti, ai sacchi di iuta, le violaciocche vengono adesso incollate una a una, con la colla a caldo, ai supporti: una piccola rivoluzione, se si considera che le decorazioni, che tradizionalmente si limitavano a campi di colore o a forme elementari, possono adesso riprodurre personaggi e ambientazioni architettoniche che, nella gran parte dei casi, raffigurano scene della Fuga in Egitto della Sacra Famiglia. In questo modo può liberarsi la creatività degli artisti che hanno cominciato a essere accolti nei piccoli clan dei bardatori, imprimendo una svolta nelle raffigurazioni. La competizione si accende così di nuovi spunti: la scelta tra soggetti realistici e astratti, il virtuosismo nell’uso della gamma ristretta di colori offerta dalle violaciocche, l’originalità e la qualità delle strutture, che condiziona l’andamento del cavallo “vestito”, sono criteri che guidano il lavoro delle squadre durante tutto l’anno.

Il rinnovamento della festa passa per il coinvolgimento dei giovani sciclitani e per gli sforzi dell’amministrazione per salvaguardarne i caratteri stimolando, ad esempio, la ripresa della tradizione dei pagghiara. Ma anche per la gemmazione di esperienze artistiche esterne ai confini della Cavalcata. È il caso dei progetti condotti da Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi dal 2014, nati dal potere evocativo del fiore, “elemento di meraviglia”, in grado di veicolare uno spettro di significati dai risvolti anche etici e politici. Nel ciclo di performances “Trilogia del possibile” i due artisti hanno applicato fiori a mantelli stesi su luoghi cruciali del territorio sciclitano in trasformazione, come la fornace del Pisciotto; inscenato cortei di bardatori alla reggia di Caserta, giocando con due termini centrali nel lessico della festa sciclitana: fuochi e fiori, per esprimere nel titolo del progetto una speranza di rigenerazione rivolta ai più estremi fenomeni di degrado: “La terra dei fiori”.

L’ultima esperienza si è svolta per le strade di New York, attraversate da un “muro biologico” di fiori e persone condotto da Vinci nel 2019, “A Human Flower Wall”, per sostenere i temi dello sviluppo sostenibile, ambientale e di comunità. E dal legame viscerale dei due artisti con la Cavalcata di San Giuseppe prende le mosse la ricerca di un senso di appartenenza collettiva, nell’adesione alla squadra di bardatori, nella trepidazione della competizione, nella festa del banchetto attorno al fuoco che, di anno in anno, gruppo per gruppo, sugella la ricomposizione della comunità nel segno dell’integrazione, dell’inclusione delle alterità: condizioni invocate per le attuali metamorfosi sociali nella chiave della rinascita.