Regista, direttrice della sede di Palermo del Centro sperimentale di cinematografia, Costanza Quatriglio svela il suo amore per il cinema. Tra finzione e realtà

di Daniela Tornatore

Il tecnico della caldaia arriva nel bel mezzo dell’intervista. Inutile dirle che è un mite febbraio e che fuori ci sono 16 gradi. Lei, Costanza Quatriglio, regista palermitana, nata sotto il segno del Capricorno, non ama il freddo. E di freddo nel suo cuore ne ha sentito tanto ultimamente. Il padre, Giuseppe, decano dei giornalisti siciliani, “un grande testimone del Novecento”, se n’è andato nel 2017. La madre, Adele Carriglio, avvocato, che ha dedicato la sua intera vita al Diritto, lo ha raggiunto un anno dopo. “Da allora ho passato il tempo a cercare di capire quale poteva essere il mio rapporto con questa città. Palermo per me è sempre stata casa, genitori, il nucleo. Non avevo più molti motivi per tornare. Ma il destino è buffo. Proprio quando stavo cercando di trovare una distanza per il fatto di non avere più la mia famiglia, è stata la città a venire a riprendermi. Ecco che è arrivata la proposta di dirigere il corso di cinema documentario della sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia, del quale da un anno sono direttore artistico e coordinatore didattico. All’inizio ho anche cercato di resistere, nonostante il mio grande amore per una scuola in cui insegno da sempre. Ma quella era la chiamata della città, è stata fortunata e positiva. Così ho avviato il processo di rifondazione della scuola, in un anno ho dato e anche ricevuto tanto, e sono molto felice. Questo ha cambiato profondamente il mio rapporto con Palermo”.

Adesso è a Roma che ha la sua famiglia…

“Mio marito Daniele Vicari, regista anche lui, è dell’Alta Sabina. Lui è montagna, io sono mare. A lui piace il freddo, a me piace il caldo. Insieme condividiamo la passione per lo stesso mestiere. Amiamo molto questo lavoro, è intrecciato con la vita. Scrivere i film, girarli, immaginare le storie, è connesso con chi siamo noi. Vita e cinema si intrecciano continuamente. Io e Daniele abbiamo in comune anche la passione per l’insegnamento. A Roma abbiamo fondato una scuola, pubblica e gratuita, intitolata a Gian Maria Volonté che, come il Centro Sperimentale di Cinematografia, ha al suo interno corsi di diverse professioni di cinema. Ma soprattutto, con lui condivido sua figlia: Margherita. Adesso ha 18 anni, ne aveva tre quando l’ho conosciuta. A lei mi lega un rapporto d’amore profondo”.

E Roma? Come vive quella città?

“A Palermo, che ho lasciato nel 1996, ho fatto tutte le scuole, qui mi sono laureata in Giurisprudenza. Ma Roma è la città della maturità, della mia formazione di adulta. C’è stata una sorta di dissolvenza incrociata tra le due città, per restare nel linguaggio cinematografico. E in questa dissolvenza incrociata ho capito che avrei fatto cinema e che l’avrei fatto davvero. Sono due orizzonti molto diversi. Quando torno a Palermo mi piacciono la lingua, la luce, i sapori, i miei amici storici, mi piace tutto. Sento che la città mi appartiene profondamente. Quando torno a Roma mi piace tutto ugualmente e mi sento parte di un mondo comune”.

Il cinema. Da una laureata in Giurisprudenza ci si aspetterebbe che facesse l’avvocato. E invece com’è nata questa passione?

“Quella per il cinema è una passione che in realtà mi porto dentro da sempre. Ho messo a fuoco che volevo fare la regista quando da ragazza ho cominciato a dedicarmi alla fotografia e questo mi dava una grande gioia. Una felicità che non andava via nell’immediato, durava. Ho scoperto quanto mi piacesse il mio modo di guardare il mondo fotografandolo e filmandolo. È stato naturale per me. Così ho cominciato a realizzare cortometraggi con una telecamera Super Vhs che mi aveva regalato mia zia Maria, giravo, montavo da sola. Ho imparato tanto. Poi ho provato l’esame al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma e mi hanno presa. Lì ho fatto il corso di regia, diplomandomi nel 2000. Il nostro insegnante era Marco Bellocchio. Tuttavia la mia passione per il Diritto e per i diritti umani è sempre molto viva e la rinverdisco”.

Nel 2001, con il suo film L’insonnia di Devi, lei affrontò il tema delle adozioni internazionali. Era già avanti…  

“Questo film ebbe origine dalla mia tesi di laurea, nel 1997, sul riconoscimento del diritto all’identità dei minori, che ancora non esisteva”.

Nel 2006 con il documentario Il mondo addosso affronta il problema dei minori stranieri non accompagnati. Anche in questo caso era avanti.

“Sì, lo girai all’interno delle case famiglia, raccontando i percorsi d’inserimento nella scuola e nel lavoro di adolescenti migranti. Un film corale con storie avventurose. Erano vite, non numeri. Nelle mie note di regia scrivevo: questo è un film sul futuro del nostro Paese”.

Lei ha esordito giovanissima con un film di finzione.

“Esatto, nel 2003. L’isola, il mio primo film, girato a Favignana. In Italia è stato visto poco ma, dopo essere stato presentato a Cannes (alla Quinzaine des Réalisateurs), ha girato tutto il mondo. Anche lì era importante lo sguardo sulla realtà, anche se trasfigurato nella favola”.

Parliamo del Centro Sperimentale di Cinematografia dei Cantieri Culturali alla Zisa e del suo corso di Regia del documentario. 

“I ragazzi hanno mediamente 23-24 anni, quello è un momento di crescita importantissimo. I nostri allievi vengono da tutta l’Italia e anche dall’estero. Arrivano da Udine, Bergamo, Padova, Venezia, Roma, dall’Umbria. Quest’anno abbiamo ammesso anche un ragazzo messicano. A volte decidono di restare a Palermo. Naturalmente ci sono anche tanti ragazzi siciliani. È importante avere una scuola di cinema qui, nel cuore del Mediterraneo. Mi riconosco molto in loro, nel fatto di scoprire la vita e la propria relazione con il mondo attraverso il cinema. Questa è una delle cose che ancora oggi mi fanno molto emozionare”.

L’anno scorso, al Festival di Venezia, è stata la Presidente di Giuria della sezione Classici. E ha portato con lei i ragazzi della scuola.

“Sì, ed è stato importante. Il Lido si è stretto intorno alla nostra Scuola, i ragazzi hanno portato i trailer dei loro film. La nostra è una scuola aperta all’esterno. Aperta al cinema, ma non solo. Da noi insegnano scrittori, fotografi, pensatori, artisti, perché il cinema si nutre di tutte le arti”.

I suoi viaggi. Ne ha fatti molti…

“Sì, e li ho fatti quasi sempre grazie al mio lavoro. La mia prima grande esperienza di viaggio è stata proprio quella legata al film L’isola, l’ho accompagnato in tantissimi Paesi, sono stata in giro per un anno intero. Forse l’unico posto in cui non l’abbia portato è l’Australia. Quelli più grandi di me mi prendevano in giro. Nanni Moretti mi diceva: ‘Devi pensare al secondo film!’ Ma io ero agli inizi e quella era un’esperienza unica. In generale, credo che noi tutti apparteniamo al mondo e il cinema non può non raccontare storie che riguardino il mondo”.

Infatti il suo ultimo film, Sembra mio figlio, è stato girato in Iran.  

“La storia è ambientata tra Trieste, la Slovenia e il Pakistan. E ho ricostruito un quartiere del Pakistan in Iran. Dopo mesi e mesi di attesa per avere l’autorizzazione a girare ho scoperto che eravamo la prima troupe italiana a fare un film in Iran dopo Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini nel 1976”.

Il prossimo film?

“Ho diversi progetti, perché di solito pianifico a lungo termine. Siccome amo molto l’attesa, perché la considero parte integrante del processo creativo, sto cominciando a preparare oggi un film che avevo scritto tempo fa. Ma non mi chieda di anticipare più di tanto. Posso soltanto dire che sarà una favola e che il registro sarà il realismo magico, ho bisogno di tornare a quella dimensione”.