di Gianfranco Marrone

Capita di chiedersi che farne dell’archeologia diffusa, come uscire cioè dal ricatto che la vuole un ammasso muto di pietre (di cui ci capiscono solo pochi esperti) o una faccenda da Indiana Jones (per la massa incompetente). Se il nostro destino – da siciliani e cittadini del mondo – è di trasformarci tutti in affittacamere pronti a badare alle esigenze ballerine dei turisti low cost, ci tocca farci venire nuove idee. E nella nostra terra i siti archeologici sono dappertutto.

Piuttosto che distinguere i turisti per target (chi interessato all’arte, chi al mare, chi al cibo…), da tempo si ragiona sul come mescolarli, creando itinerari che includano un po’ di tutto, dall’ispezione guidata nella cantina bio alla camminata nel bosco, dalla visita al museo d’arte allo spritz sulla spiaggia. Con un’immersione e una discoteca ogni tanto. Ma, a fare da parente povero è come sempre l’archeologia che, a parte tre templi e due teatri scomodissimi (che fanno da superstar), non se la fila nessuno. Sta lì, muta e polverosa, in attesa di tempi migliori: quasi nessuno che la racconti per bene o che la faccia rivivere, poniamo, virtualmente.

Io oserei, lavorando sulle decine di necropoli sparse per il territorio. Con tutti quegli anfratti e caverne, buchi e buchetti, ci si può fare di tutto. Per esempio, un franchising di buona ristorazione. Il nome c’è già, e funzionerebbe: “Agli antichi sapori”.

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