La Fiera del Mediterraneo nel tempo assunse il ruolo di principale polo espositivo dell’Isola: le sue dimensioni, del resto, e le nascenti relazioni con numerosi Paesi non solo dell’area mediterranea

di Salvatore Savoia

Per almeno cinquant’anni buona parte dei palermitani, a metà di maggio, all’apparire dei primi manifesti che annunciavano l’imminente apertura della Fiera, brontolava: “Tanto, sempre le stesse cose ci sono” con l’unica variante: “Con l’umido che c’è, ogni anno mi prendo il raffreddore”. Ma in realtà ci andavano tutti.

Naturalmente, che si trattasse di una Fiera campionaria internazionale era cosa sconosciuta o secondaria, e comunque poco presa sul serio. Era la Fiera. Una delle più geniali espressioni del Novecento palermitano, un festino laico, un annunzio di estate. Tutto, tranne che una fiera di affari. La nostra tenera e sgangherata Fiera era nata nel 1946, quando i palermitani avevano ben altre gatte da pelare che passeggiare al fresco a sorbirsi il gelato. Forse per questo, per dare una risposta alla voglia di rinascita di una comunità ferita, o magari nell’illusione di chissà quali sbocchi economici, si pensò a una grande campionaria, che venne collocata in un’area poco frequentata di circa quattordici ettari, abbastanza lontana dal centro cittadino, alle falde del Monte Pellegrino.  Fino a quel momento, una zona frequentata solo per l’acchianata di settembre alla Grotta di Santa Rosalia.

Col passare degli anni la Fiera del Mediterraneo assunse il ruolo di principale polo espositivo dell’Isola: le sue dimensioni, del resto, e le nascenti relazioni con numerosi Paesi non solo dell’area mediterranea rendevano leciti i migliori auspici per una delle nuove iniziative della neonata Regione. Sin da subito la Fiera provò ad articolarsi in maniera moderna e funzionale, alla stregua di altre e più note consorelle nazionali: sorsero grandi padiglioni, taluni con sfoggi di architettura razionale e tocchi di esotismo, larghi viali alberati al cui centro veniva esibita l’ultima cabriolet della Fiat o il nuovo modello di locomotore, di quelli che difficilmente avremmo trovato sui binari locali. Alcuni edifici di qualche originalità costruttiva sono rimasti là, nei viali ora abbandonati e tristi che videro per anni processioni di pubblico d’ogni età. Ma la vera Fiera rimase per tutti ben altro.

Superato un sontuoso pronao colmo di bandiere, e dopo la biglietteria poco frequentata (uno degli sport diffusi a Palermo nei giorni di Fiera era la ricerca di biglietti omaggio o delle ambite tessere) si accedeva al cuore della passeggiata-spettacolo. Grandi altoparlanti raccontavano le meraviglie celate dentro gli stand, quelli dove si alternavano agghiaccianti poltrone barocche a sofà modernissimi, cucine all’americana a sedie da giardino, ma soprattutto si celebrava il trionfo dell’elettrodomestico mentre gli apparecchi televisivi, le vere divinità di quegli anni, erano esposti sopra piramidi illuminate. Nei giorni di fiera, per promuoverne le vendite, le trasmissioni, solitamente serali, iniziavano al mattino. Non mancavano ancora, seminascosti in alcune piazzette laterali, gli stand dedicati agli oggetti per la casa: un fiorire di imbonitori con improbabili accenti nordici declamava le lodi di pelapatate, tagliazucchine e grattugie pluriaccessoriate. Talvolta, lungo il grande viale centrale, si era distratti dal suono di bande musicali con tanto di majorettes succinte in rosso e oro: ritagli di un piccolo sogno americano a beneficio dei palermitani di mezz’età. Su una larga scalinata anni 50, si ergeva il grande bar, quello ove i più grandi si concedevano un campari-soda o un chinotto.

Poi ci si avvicinava al villaggio gastronomico, affollato come se fosse gratuito, con una esibizione di immense prelibatezze raggiungibili però solo dopo lunghe code alla cassa. E da lì le continue liti per un posto ottenuto di soppiatto o per uno spintone di troppo, mentre i vassoi di arancine tardavano a raggiungere i tavolini dove mamme e zie le aspettavano. Altre giovani beltà dalle chiome bionde proponevano le prime esotiche Crépes al Grand Marnier giunte da Oltralpe, e rigorosamente interdette ai bimbi locali :“Che sei pazzo? Il liquore c’è!”.

Ma c’era per fortuna anche il gelato che usciva a strisce, come la bandiera americana, da una macchinetta. Infine, l’area dei luna park e delle ruote volanti, dei tunnel dei fantasmi e delle macchinette per afferrare con una pinza comandata da manopole esterne un orologino o un pupazzo. Ogni ragazzino palermitano sperperò paghette e derubò nonni per accaparrarsi una robetta senza valore.

Nel ricordare questa vecchia e malinconica kermesse pasticciona e amatissima, un omaggio alla mitica “cabina radio” dai cui altoparlanti, sistematicamente ogni sera, si avvertivano i genitori del bambino taldeitali, smarritosi nella folla, che poteva essere recuperato proprio nella mitica cabina radio, prima di beccarsi due ceffoni.

Negli anni ‘90 giunse la crisi, lenta, inevitabile e dolorosa, come quella dei transatlantici, delle pellicce di visone e dei rasoi elettrici. Una crisi che si trascinò per anni, con strascichi e pendenze, con palliativi e con tante “Mediqualcosa” che non potevano essere la stessa cosa. Quel mondo se ne era andato per sempre.