Il bosco artificiale, e perciò bisognoso della cura dell’uomo, fu abbandonato a se stesso, a oziose e incapaci clientele forestali. Al posto di un bosco mediterraneo è così sorto un bosco esotico, rapido a crescere ma incapace di creare quei legami ecologici che nascono dall’elevata biodiversità autoctona.

testi Giuseppe Barbera – foto Margherita Bianca

Le raffigurazioni di cento anni fa mostrano Monte Pellegrino come un massiccio compatto spoglio di alberi. Era così da secoli e ai viaggiatori, che pure ne ammiravano l’elegante silhouette, apparivano “rocce completamente nude: non un albero, non vi cresce un cespuglio; appena coperte d’erba e di muschio sono le poche parti pianeggianti”. Prossimo alla città, non era sfuggito al destino delle altre montagne: Palermo, secondo lo storico Fazello, già nel Cinquecento era “cinta intorno di monti aspri, alti ed erti dove non è albero di sorte veruna”, denudati nei secoli dagli usi del legno e dalle necessità del pascolo.

Tra i Monti di Palermo – così si denomina la catena che disegna la Conca d’Oro – il più importante per storia, prossimità, apparenza paesaggistica era certo il Pellegrino e fu da lui che, alla fine dell’Ottocento, accompagnando l’occasione offerta dalla costruzione della nuova strada, s’iniziò a rimboschire immaginando “culture silvane”, piacevoli passeggiate, piccoli borghi ombreggiati in prossimità del santuario. Nel rispetto della sua natura si andarono a cercare, dove ancora crescevano in luoghi inaccessibili, le specie dell’originaria vegetazione: lecci, olivastri, frassini, carrubi. Ma i primi impianti, risultato di una tecnica forestale approssimata, non ebbero successo e ci si indirizzò allora verso il più facile uso di pini, cipressi, acacie, ailanti, agavi, fichidindia, robinie ed eucalitti. Specie estranee alla vegetazione naturale, provenienti da ogni continente, però frugali e capaci di crescere rapidamente nelle balze aride e assolate. Avrebbero dovuto preparare l’insediamento delle specie autoctone che, sensibili al pieno sole e all’estrema siccità, avevano bisogno della loro protezione. Ma per questo, gli alberi stranieri si sarebbero dovuti progressivamente eliminare e dare spazio agli indigeni nel frattempo cresciuti o piantati. Questo non fu fatto: il bosco artificiale, e perciò bisognoso della cura dell’uomo, fu abbandonato a se stesso, a oziose e incapaci clientele forestali. Al posto di un bosco mediterraneo è così sorto un bosco esotico, rapido a crescere ma incapace di creare quei legami ecologici che nascono dall’elevata biodiversità autoctona e danno stabilità di fronte alle avversità di ogni genere. Un bosco che non poteva aver scampo quel giorno (il 16 giugno 2016) in cui la stupidità e la criminalità decisero, facilitati da condizioni climatiche estreme e dall’abbandono culturale, di dargli fuoco. Bruciarono oltre 600 ettari, il 75 per cento dell’intera superficie forestale. Da allora, praticamente nulla è stato fatto: la salita al monte è oggi desolante. Alberi crollati, tronchi anneriti, chiome secche in un disordine punteggiato da rifiuti di ogni genere che niente racconta dell’armonia possibile della vegetazione mediterranea che sarebbe dovuta ritornare. Lo spirito del luogo, il genius loci che a Monte Pellegrino dovrebbe raccontarci della montagna sacra, della sua bellezza leggendaria, del santuario dove è nata – in un articolo che Hutchinson, eminente biologo americano, intitolò nel 1959 “Homage to Santa Rosalia” – l’idea di biodiversità è travolto dal disordine di eucalitti, fichidindia e penniseti che si mostrano indifferenti alla rottura del rapporto tra l’uomo e la natura mediterranea e con la loro rusticità aggrediscono le rocce affioranti denudate da secoli di erosione. Il genius loci può tornare a condizione che sul monte torni la selvicoltura – la coltura e la cultura forestale – che conduca alla rinaturalizzazione dei vecchi, malfatti e mal gestiti, rimboschimenti stravolti dall’incendio. Serve quella cura che solo un piano di gestione forestale può assicurare.