Arriva al cinema, dopo il successo ottenuto al Festival di Taormina, Picciridda – con i piedi nella sabbia, primo film del regista palermitano Paolo Licata. Storia di uno scontro-incontro tra generazioni e dell’emigrazione vissuta da chi resta. Un attualissimo racconto di formazione.

di Giulio Giallombardo

Una storia di donne “guerriere” che resistono, lottando contro i buchi neri dell’anima. Fantasmi del passato che ritornano a squarciare il presente, in attesa di un futuro meno duro. Sullo sfondo c’è una Sicilia aspra e selvaggia, vista con gli occhi ingenui di una piccola donna che si affaccia alla vita e con l’amaro disincanto di chi, invece, quella vita l’ha vissuta quasi tutta. L’incontro e scontro di due generazioni, tra partenze, abbandoni e segreti inconfessabili, raccontato in un libro che adesso è diventato un film. Applaudito e premiato alla scorsa edizione del Taormina Film Fest, arriva nelle sale Picciridda – Con i piedi nella sabbia, primo lungometraggio del 39enne regista palermitano Paolo Licata, tratto dall’omonimo romanzo di Catena Fiorello.

Ambientato nella Favignana degli anni ’60 del secolo scorso, è la storia di Lucia, una bambina di undici anni sensibile e curiosa, affidata dai genitori – costretti a emigrare in Francia in cerca di lavoro – a nonna Maria, donna coriacea e impenetrabile. Maria non parla con la sorella da anni e, senza dare spiegazioni, impedisce alla piccola Lucia di avere rapporti con la famiglia della sorella. Però la giovane, per ingenua curiosità e fiducia nel prossimo, non dà ascolto alla nonna, arrivando in prima persona, e a caro prezzo, a confrontarsi con un terribile segreto da cui l’anziana donna aveva cercato di proteggerla. Un racconto di formazione che incrocia il tema dell’emigrazione “passiva”, ovvero quella vissuta da chi rimane e non da chi parte, con un senso di abbandono che si attacca adosso. Come accade a Lucia, la “picciridda” attorno a cui ruota tutto il film, “figlia della gallina nera” – come la descrive Catena Fiorello – interpretata dalla sorprendente Marta Castiglia, attrice di soli dieci anni, per la prima volta su un set, che si è impegnata come una professionista navigata. Un talento che non ha lasciato indifferente la giuria del Taormina Film Fest, che l’ha premiata come migliore attrice emergente.

“Abbiamo fatto tantissimi provini in giro per la Sicilia prima di scegliere Marta, poi ho incontrato questa bambina che aveva frequentato una scuola di teatro di Palermo e ho capito subito che sarebbe stata lei a interpretare il ruolo di Lucia”, racconta il regista Paolo Licata. “Al primo provino recitava con una dizione perfetta – prosegue -. Nonostante non conoscesse il dialetto, la sua capacità di apprendimento è stata impressionante nella velocità e nel metodo. Marta è una piccola professionista che ha tenuto testa ai grandi interpreti con cui si è confrontata sul set. La sua costanza nel lavoro e la sua determinazione sono fuori dal comune. Instancabile, sempre attenta, una risorsa inestimabile che ci ha regalato dei momenti gioiosi sul set e delle emozioni profonde sullo schermo”.

Emozioni che si dispiegano soprattutto nel rapporto burrascoso, in bilico tra amore e odio, che la determinata “picciridda” ha con la nonna, portata sullo schermo, con energica intensità, da Lucia Sardo, attrice siciliana che ha dato vita a ritratti di donna memorabili. Come quello di Donna Maria, chiamata così dalla gente del paese perché, dice: “La parola donna prima del nome vuol dire che ti rispettano. Certune se lo meritano. Altre no”. “È un’interprete unica – continua il regista – capace di immedesimarsi talmente bene nel personaggio che incarna, da farti dimenticare di stare recitando”.

Ma un’altra anima femminile del film – non meno importante – è quella di chi ha scritto la storia. Catena Fiorello, sorella di Beppe e Rosario Fiorello, vulcanica scrittrice, autrice e conduttrice televisiva, che ha pubblicato Picciridda nel 2006, definendolo un romanzo “fimmina”. Insieme al regista ha scritto anche la sceneggiatura del film, in collaborazione con Ugo Chiti. Una sinergia premiata – anche in questo caso – a Taormina con il riconoscimento alla migliore sceneggiatura. “Abbiamo sempre condiviso le nostre scelte sui diversi approcci che inevitabilmente passano dalla trasposizione dal libro al film. Alcuni personaggi, come certe situazioni, sono stati accorpati, ma la linea narrativa rispecchia quella del romanzo”, spiega il regista palermitano. “Ho trovato nelle pagine di Catena – prosegue – una descrizione esatta e sincera dei sapori, profumi e colori della mia terra e ho percepito fortemente una sfida nell’adattarlo per il cinema. Ogni capitolo del libro ha evocato in me precise inquadrature e ambientazioni talmente vivide nella mente che ho da subito lavorato sullo storyboard”. Figlio di musicisti, laureato in Giurisprudenza, Paolo Licata – alla sua prima prova con un lungometraggio, dopo tre corti – ha studiato violino e pianoforte e ha frequentato, durante la sua adolescenza, diversi teatri lirici e sinfonici nel mondo, appassionandosi alla regia. Dopo la laurea, ha frequentato l’Università di Cinema a Cinecittà ed è stato assistente alla regia in molte opere liriche e in set cinematografici, tra cui quello de Il sole nero di Krzysztof Zanussi e Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca.

“Abbiamo girato il film in un mese e il lavoro sul set è stato appassionante – confessa il regista -. L’impegno emotivo e psicologico è stato notevole, anche se fortunatamente abbiamo lavorato con tranquillità e tutto è filato liscio. Era un progetto cui pensavo da molti anni, c’è stata una grande preparazione precedente che mi ha permesso di arrivare sul set con le idee molto chiare”.

Ma protagonista è anche Favignana, che mette da parte i suoi scorci più turistici da cartolina, per trasformarsi in cornice in cui risaltano ancor di più i chiaroscuri della storia. “Abbiamo passato in rassegna diverse location, ma alla fine la scelta di girare a Favignana ha giocato a nostro favore – spiega Licata -. Ho scoperto luoghi perfetti come la casa di nonna Maria che era già così come l’avevo immaginata. Poi, il fatto di girare in un’isola ha giovato molto anche alla recitazione degli attori, creando un’atmosfera di vero e proprio isolamento, che alla fine credo che arrivi anche sullo schermo. Mettere l’accento sulla distanza che separa la piccola protagonista, non solo dai propri genitori, ma anche dal resto del mondo, ha avuto un senso anche dal punto di vista tematico. Durante la lavorazione del film ho avuto modo di convincermi di come questa storia sia un racconto attuale, ieri come oggi ci sono popoli che migrano, donne e uomini di altri Paesi che lasciano le loro terre alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore, affidando i figli piccoli a chi rimane, in attesa di un ricongiungimento familiare che non sempre è possibile”.

Un racconto che ha appassionato Oliver Stone, presidente della giuria alla 65esima edizione del Taormina Film Fest, che ha giudicato il film “stupefacente, che va dritto al cuore”, mostrando apprezzamenti per tutti gli attori del cast, di cui fanno parte, tra gli altri, anche Ileana Rigano, Katia Greco, Tania Bambaci, Federica Sarno, Loredana Marino e Claudio Collovà. “Non mi aspettavo queste lodi da parte di un regista del calibro di Stone – ammette Licata -, ma ci speravo. Anche se, al di là dei riconoscimenti ricevuti, ciò che conta davvero è l’emozione che trasmetti al pubblico. Vedere il Palacongressi gremito e alla fine del film tanta commozione tra gli spettatori, è stata la cosa più bella che potesse accadere”.unnamed (5)unnamed (6)unnamed (7)unnamed (8)