Visita alla miniera di salgemma della Italkali a Petralia Soprana nelle Madonie. Un luogo che racconta imprese coraggiose del passato e di oggi. A cominciare da uno straordinario museo d’arte contemporanea. Molto salato.

testi M.Laura Crescimanno – foto Antonio Raciti

Entrando a piedi nella grande galleria, si sente subito scricchiolare qualcosa sotto i piedi, ma non è sabbia, né terra, né tantomeno neve: si cammina sopra strati di sale, il sale conservato nel ventre  della terra. Siamo nella miniera di salgemma Italkali a Petralia Soprana, in contrada Raffo, dove sei milioni di anni fa si formò questo immenso giacimento di salgemma.  Otto piani di gallerie che entrano nel ventre della montagna sino a 350 metri. Ampi corridoi con diramazioni e spazi illuminati artificialmente sono stati messi in sicurezza e trasformati, da ambienti di lavoro produttivi per oltre quarant’anni, in luoghi di aggregazione e fruizione per il pubblico. In questi anni, in questa sperduta contrada di montagna, è avvenuto qualcosa di incredibile. I turisti sono arrivati sin qui per scoprire la bellezza nascosta del mondo del sale e per ammirare le straordinarie sculture opera di artisti venuti da tutto il mondo: Francia, Canada, Messico. Giovani che a loro volta hanno scoperto l’ospitalità delle Madonie lavorando in residenza nella cornice di Villa Sgadari a Petralia, intenti alla creazione di sculture nate da blocchi di sale purissimo. Le opere sono state donate al Museo d’arte contemporanea Sotto Sale (Macss) che sembra non avere pari altrove.

Ma l’associazione Sotto Sale, che conta – oltre ad alcuni operai che lavorano in miniera – anche venti giovani di Petralia impegnati nell’organizzazione delle visite, degli eventi e del marketing, non si è fermata alla creazione dell’originale biennale d’arte contemporanea Macss che quest’ anno è arrivata alla quinta edizione.  Da fine anno i visitatori hanno potuto vedere anche un nuovo spazio del museo di archeologia industriale, che racconta la fatica del lavoro per l’estrazione del salgemma purissimo, che, da qui, arriva sulle tavole degli italiani. La miniera ogni sabato, dalle 9 alle 14, accoglie gruppi  di turisti per la visita guidata e un aperitivo a base di prodotti tipici madoniti. Non di rado si aggiunge la suggestione di concerti e performance video-musicali, come quella dell’artista di Caltavuturo (ma oggi ad Amsterdam) Vincenzo Castellana, intitolata Seashell, ispirata al mondo marino ancestrale, che ha ricostruito in musica la suggestione geologica del giacimento salino, stimato in circa sei milioni di anni fa, quando si  iniziò a formare una vasta laguna salmastra isolata dal Mediterraneo, e il sale cominciò a stratificarsi e depositarsi  nel suolo.  Ed è stata appena ultimata la messa in sicurezza, da parte dell’Italkali, di una immensa area dismessa che sarà trasformata in un anfiteatro del sale,  per accogliere concerti e spettacoli nel ventre della terra di Sicilia.

“Il nostro sembrava un sogno folle – spiega il presidente dell’associazione, Carlo Li Puma – ma dal 2013, grazie alla collaborazione con l’Italkali siamo riusciti a portare i turisti e l’arte in questi ambienti naturali straordinari dove l’uomo e la natura si fondono e convivono. Le tecniche estrattive sono variate nel corso degli ultimi vent’anni, sono stati modificati anche i macchinari utilizzati sotto le volte di sale della miniera”.

L’impiego di esplosivo era comune nel passato all’interno delle cave di sale. I minatori lo posizionavano all’interno di fori appositamente praticati e l’esplosione generava grossi blocchi che poi venivano lavorati. Da un piano all’altro, i massi e i detriti di sale venivano fatti cadere all’interno di grossi autocarri capaci di trasportare tonnellate di massi bianchi. Altri macchinari, simili a enormi frantoi meccanici, all’interno dei quali si posizionavano diverse ruote dentellate, sbriciolavano il sale in rocce più o meno piccole o in sale di differenti granuli a seconda dell’uso: fine, grosso, industriale.

L’esposizione dei macchinari si allinea lungo un muro ciclopico realizzato quarant’anni fa dagli operai stessi con blocchi di sale, che il clima interno ha poi saldato in una massa enorme altra quattro metri e lunga trenta, che narra la fatica e lo sforzo per contenere le ampie volte del soffitto.