di Mario Pintagro

2020

Ci ha messo poco meno di un mese il Coronavirus per giungere in Italia. Dalla megalopoli cinese di Wuhan, dove sono stati segnalati i primi casi a dicembre, il virus ha raggiunto a fine gennaio Lombardia e il 25 febbraio è  stato segnalato anche a Palermo. I virologi consigliano quarantene e isolamenti, ma la psicosi si diffonde tra la gente.

1831

Giungono anche in Sicilia le prime istruzioni dettate dal Regno delle Due Sicilie per contenere la diffusione del colera che si è manifestato due anni prima in India. Re Ferdinando II manda due medici a Parigi perché si studi il caso. Vengono approntati cordoni sanitari e quarantene che frenano l’economia.

1835

I medici siciliani si mostrano fiduciosi nella possibilità di affrontare a muso duro il colera. Pensano che nulla possa sporcare l’immagine della capitale mediterranea famosa per il suo clima mite apprezzato dai sovrani di tutto il mondo. E il magistrato supremo di Salute emana una circolare in cui tranquillizza tutti.

1836

Nell’inverno il colera raggiunge Napoli e solo le rigide misure di sicurezza imposte dal magistrato di salute di Palermo impediscono che si propaghi più a sud. I traffici fra le due città sono bloccati, ma ciò alimenta il profondo risentimento verso la Capitale.

1837

Il 7 giugno Palermo si aggiunge al triste elenco europeo delle città contagiate dal morbo asiatico. Le prime due vittime sono pescatori della Kalsa. Il male si propagherà in città proprio dal quartiere marinaro. Il Principe di Scordia, pretore della città, getta acqua sul fuoco e invita a essere morigerati nello stile di vita.

1838

La Sicilia tira un sospiro di sollievo. Tre mesi prima il colera è stato dichiarato estinto, ma il bilancio è pesantissimo: 70mila vittime. Solo a Palermo si sono registrati più di 27mila morti, con picchi spaventosi di 1800 ogni giorno. L’esperienza del colera porterà l’amministrazione a progettare sistemi idrici e fognari degni di una città moderna.