L’autore si schiera come non mai, e il romanzo trasuda una sottile nostalgia per il tempo della guerra fredda, quando si stava da una parte o dall’altra e tutto appariva più chiaro.

di Santo Piazzese

Sarebbe riduttivo definire John le Carré un semplice autore di romanzi di spionaggio. Non di un autore di genere si tratta, ma di uno dei più sofisticati scrittori inglesi del secondo dopoguerra. Ha una rara capacità di raffigurare caratteri umani e delineare situazioni complesse. E una scrittura che richiama il modo di pensare che l’immaginario non britannico attribuisce ai britannici della classe colta. Inoltre, la conoscenza dei contesti internazionali, frutto dei suoi anni di militanza nel leggendario MI6, gli ha consentito di collocare al posto giusto le tessere di un mosaico che raffigura l’epoca della guerra fredda, preconizzandone l’estinzione. Estinzione cui non è seguita la fine della Storia, come teorizzato da Fukuyama. Il che risulta consolatorio e stimolante non solo per gli storici, ma anche per i romanzieri.

La fine della guerra fredda sembrava avere mutato anche la natura del romanzo di spionaggio, privilegiando i temi del terrorismo e dei fondamentalismi. Il riproporsi della contrapposizione tra il blocco occidentale e la Russia di Putin sembra avere riportato indietro le lancette dell’orologio, mostrando che la guerra fredda non fu solo uno scontro tra capitalismo e socialismo reale, ma un riproporsi della disputa sulla spartizione delle zone di influenza, a prescindere dalle ideologie. E la letteratura ne dà testimonianza.

Anche le Carré ha avvertito – mi si perdoni l’ossimoro – questo soffio di vecchi tempi nuovi, e a ottantotto anni si è concesso un romanzo da guerra fredda ambientato ai giorni nostri: La spia corre sul campo (Mondadori ed., trad. Elena Cappellini), quasi un ritorno all’epoca in cui disvelava gli intrighi tra le potenze, mediati dai servizi di spionaggio e controspionaggio.

La storia, ambientata in prevalenza a Londra (la cui City è “un’inarrestabile lavanderia a gettone di denaro sporco”, dice le Carré), ha per protagonista e Io narrante Nat, una spia inglese che, a 47 anni, teme di non potere più aspirare a un ruolo di agente operativo. Invece, mentre crede di indagare su un tradimento a favore dei russi, si ritroverà a scoperchiare una macchinazione tra i Servizi di Trump e quelli britannici, che ha l’obbiettivo di sabotare le istituzioni dell’UE.

L’autore si schiera come non mai, e il romanzo trasuda una sottile nostalgia per il tempo della guerra fredda, quando si stava da una parte o dall’altra e tutto appariva più chiaro. Di sicuro sono lontani i tempi di opere come La talpa, La spia che venne dal freddoTutti gli uomini di SmileyCasa Russia, e tanti altri: La spia corre sul campo è un le Carré minore. Ma un le Carré minore vale pur sempre più della maggior parte dei romanzi di spionaggio contemporanei.