Un gruppo di ricercatori chiede alla più prestigiosa delle Accademie dedicate all’Agricoltura, di esprimersi sulla “scientificità” dell’agricoltura biodinamica e sulla possibilità che possa divenire oggetto di corsi di studio universitari.

di Paolo Inglese

Almeno una volta ogni anno, si riaccende lo scontro tra scienza e “fede”, sotto le vesti dell’agricoltura cosiddetta convenzionale e i fautori dell’agricoltura biodinamica. Un dialogo tra sordi che, a colpi di lettere pubbliche, chiedono a chiunque di schierarsi. Il fatto: un gruppo di ricercatori chiede alla più prestigiosa delle Accademie dedicate all’Agricoltura, di esprimersi sulla “scientificità” dell’agricoltura biodinamica e sulla possibilità che possa divenire oggetto di corsi di studio universitari. Qui inizia il dibattito.

Partiamo da lontano. Una credenza, in campo scientifico, è qualcosa che elude il dato sperimentale e che rimane tale anche quando questo lo smentisca. Per chi fa ricerca occorre dimostrare per conoscere. La scienza è un susseguirsi di un pensiero critico e proprio per questo deve essere sempre disponibile ad ascoltare, a comprendere. L’agricoltura biodinamica si basa, invece, sulla “conoscenza” definita solo dagli scritti di Rudolph Steiner e ritiene che “l’operare con le forze che generano e muovono la vita, che afferrano le sostanze e le organizzano, si trova spesso ristretto dall’uso degli strumenti derivati dalla chimica e dalla fisica”. Visto così, il rigore dell’approccio sperimentale e lo stesso metodo scientifico divengono solo un grave limite. Inaccettabile. Ma, si tratta comunque, di un fenomeno culturale, antropologico ed economico e per ciò non lo si può ignorare ed è inutile sottovalutarne la portata o irriderne i contenuti. Il compito della ricerca è studiare e capire, il mantra è la curiosità, il metodo è osservare, studiare, spiegare. L’antitesi è evidente, ma a noi non tocca procedere per scomuniche. A noi tocca studiare i fenomeni e discutere presupposti e risultati.

Ci sono tante agricolture possibili, ma una sola direzione necessaria, quella dell’intensificazione sostenibile a livello planetario. L’agricoltura non è natura, ma non deve neanche essere una qualsiasi pratica industriale. La qualità degli alimenti comporta quella del processo produttivo, del paesaggio, della giustizia sociale. Personalmente, non credo si possa basare su presupposti apodittici, immodificabili, ma credo debba basarsi sempre sulla conoscenza, che significa consapevolezza del passato e progetto del futuro. D’altro canto, non si può insegnare in un normale corso di studio, qualcosa che si pone come non giudicabile, non criticabile, non migliorabile. La scienza non ha un altare da cui predicare, ma un palco sempre aperto al dubbio e al confronto.