Da mesi ben quattro crateri della grande montagna sono in attività. Un fenomeno straordinario che sta facendo alzare la soglia di attenzione dei vulcanologi. E intanto anche Stromboli è in continua attività.  Potrebbero eruttare insieme? Improbabile, salvo che…

testi Fabio Albanese – foto Fabrizio Villa

Uno sputa fuoco, l’altro sbuffa cenere, dal terzo esce una piccola colata, l’ultimo fa un po’ tutte queste cose messe insieme. È l’Etna, in versione 2019-2020. È dalla scorsa estate che il vulcano che domina la Sicilia e che – insieme – spaventa e arricchisce chi ci abita intorno, si comporta così: tutti e quattro i crateri sommitali sono contemporaneamente in attività e questo, a memoria delle carte che da secoli tracciano l’attività del Mongibello, non era mai accaduto prima. “Questo è un fatto peculiare perché finora l’attività sommitale si è manifestata a un cratere, a volte a due – spiega Marco Neri, vulcanologo dell’Osservatorio etneo dell’Ingv, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia -. Il fatto di avere quattro crateri attivi contemporaneamente, qualche campanellino di allarme lo dà, ci fa capire che il sistema è ben carico”. Se a questo si aggiunge che da mesi anche lo Stromboli, nell’arcipelago delle Eolie, dà segnali di irrequietezza, è ovvio che l’attenzione di geologi, sismologi e vulcanologi su questi due sistemi sia massima.

Per quanto riguarda l’Etna: che dalla Voragine centrale come pure dalla vicina Bocca nuova ci sia attività stromboliana più o meno intensa, che dal cratere di Nord Est fuoriescano copiose nuvole di cenere vulcanica, che anche il Nuovo cratere di Sud Est faccia sentire la sua voce, è considerato una sorta di anomalia da non sottovalutare. “Un segnale che deve far aumentare la nostra soglia di attenzione – dice Neri – su un vulcano che può essere pericoloso perché è densamente urbanizzato lungo i suoi fianchi, cosa che peraltro ci pone il problema in assoluto dell’Etna, che è quello delle eruzioni laterali”.

Già, le eruzioni che avvengono attraverso fenditure del terreno che si aprono al di sotto dei 2500 metri di quota: “Per esempio, quello che è successo a dicembre del 2018 – spiega il vulcanologo -. In quel caso, la fessura eruttiva ha spostato la bocca da 3300 a 2400 metri. Per fortuna si è aperta dentro la Valle del Bove e quindi la colata che ne è scaturita, peraltro modesta, intorno a 3-4 milioni di metri cubi e durata solo tre giorni, ha sepolto un’area desertica che sta dentro la Valle. Se questa stessa eruzione fosse uscita da una bocca al di fuori della Valle del Bove avremmo cominciato ad avere problemi; se alla stessa quota fosse accaduto in zona della Montagnola, ad esempio, sarebbe stata poco sopra il Rifugio Sapienza e già lì avrebbe interagito con le attività umane. Se poi una colata del genere invece che durare tre giorni durasse tre mesi, entreremmo in scenari che abbiamo conosciuto per le eruzioni del 2001 e 2002 con le lave che oltre ad avere distrutto parte delle infrastrutture turistico-alberghiere del Sapienza a Sud e di Piano Provenzana a Nord, hanno minacciato il paese di Nicolosi, arrivando a soli quattro chilometri di distanza dall’abitato”.

L’Etna, spiegano all’Ingv, è pieno di magma che sta cominciando a risalire da porzioni sempre più profonde della crosta e questa fase è da considerare come un messaggio in bottiglia: “Ci dice: cominciate ad attrezzarvi, cominciate a fare delle simulazioni, per cercare di capire dove voglio eruttare. È una sorta di gioco tra l’attività di un vulcano che si manifesta non sempre troppo chiaramente, e la capacità nostra di immaginare le sue intenzioni prima che queste si manifestino in superficie. Ed è quello che l’Ingv di Catania sta facendo”, dice Neri.

Che poi spiega come tutto questo avviene: “Quando il magma entra nell’apparato vulcanico, o a volte ancora prima, produce delle deformazioni che noi riusciamo a leggere. Ma non basta solo accorgersi di questo, occorre anche modellizzare questa deformazione per cercare di capire chi è che la produce, cioè la sorgente. Analizziamo una complessa serie di dati, di tipo geofisico ma anche di tipo geochimico. La composizione dei gas e la loro abbondanza, le deformazioni del suolo accoppiate alla sismicità e al tremore vulcanico; tutti insieme questi segnali aiutano a comporre un quadro che giorno per giorno cerchiamo di interpretare. Siccome però si tratta di quadri complessi che hanno tanti contributi, e per giunta si esplicano non in un giorno o in un’ora ma in settimane o mesi, non è semplice individuare il tempo preciso del processo di risalita del magma”.

E lo Stromboli? Che segnale è quello di un vulcano che comincia ad agitarsi negli stessi periodi nei quali un altro vulcano vicino, l’Etna, è in attività, come accade in questi mesi? Questo lascerebbe pensare a un unico sistema vulcanico, con bocche tra loro distanti ma collegate. E invece, spiega Marco Neri, non è così: “Sono due vulcani attivi sempre. L’attività dello Stromboli è veramente costante, da migliaia di anni fa attività stromboliana, tant’è che è individuato come il faro del Tirreno. L’Etna anche è abbastanza attivo. Ma il contesto geodinamico è diverso: i magmi dell’Etna trovano la loro origine a trenta chilometri di profondità, nella parte più superficiale del mantello chiamata astenosfera. Il vulcanismo di tutte le isole Eolie, e quindi anche dello Stromboli, è alimentato da magmi acidi che si formano a trecento chilometri di profondità; ciò è dovuto al fatto che lo scontro tra Europa e Africa produce l’affondamento della placca africana che si infila dentro il mantello terrestre e, sprofondando, arriva in zone dove la temperatura e la pressione sono tali da fonderla. Il materiale di fusione, per gravità, tende a risalire e a formare i magmi dell’arcipelago. Insomma, le Eolie sono un pezzo di Africa fusa che arriva in superficie. Si tratta di sorgenti così diverse tra di loro che è impossibile che siano in comunicazione”.

Eppure c’è un caso in cui i due vulcani possono eruttare contemporaneamente: “Sì, ma per una causa terza. Se i due vulcani sono lì lì per eruttare, la causa terza potrebbe essere un terremoto esterno che produce un effetto di shakeraggio contemporaneo dei due vulcani. Quello che è avvenuto nel 2002 con il terremoto di Palermo che probabilmente ha innescato l’eruzione dell’Etna, quella dello Stromboli e quella gassosa di Panarea”.