Si deve delineare una strategia di “sviluppo dal basso” basata sulla valorizzazione del patrimonio culturale,inclusiva di tutti gli elementi paesaggistici, storici, culturali e produttivi.

di Antonio Purpura

La Regione siciliana ha di recente approvato l’istituzione di undici “Ecomusei”. Secondo la definizione di Hughues de Varine (1982), l’ecomuseo “è uno strumento che un’autorità pubblica e una popolazione concepiscono, costruiscono e sviluppano insieme. Il coinvolgimento dell’autorità pubblica avviene con gli esperti, le agevolazioni e le strutture che esse forniscono. Quello della popolazione dipende dalle sue aspirazioni, dai suoi saperi e dalle sue capacità di essere operativa”. A ben vedere, in questo modo, si delinea una strategia di “sviluppo dal basso” basata sulla valorizzazione del patrimonio culturale, inteso nella sua accezione più ampia, e quindi inclusiva di tutti gli elementi – paesaggistici, storici, culturali e produttivi – che costituiscono quella che la stessa comunità locale ritiene sia la propria, autentica, identità.

Questo modello di sviluppo è stato seguito dalle politiche di coesione nel Mezzogiorno, e in Sicilia, nel primo scorcio di questo secolo. In quelle politiche alle autorità e alla “comunità locale” furono riconosciuti ampi poteri nella progettazione dello sviluppo del territorio. Ne venne fuori una pletora di progetti – Patti territoriali, Progetti integrati territoriali – che, in realtà, non hanno lasciato apprezzabili tracce nelle economie locali.

È vero che gli “ecomusei” hanno finalità ben più ampie – anzitutto, la tutela e la continuità delle comunità locali – di quelle riconducibili alla mera crescita economica. Ma è anche vero che quest’ultima è l’aspettativa più forte delle popolazioni locali e delle stesse autorità pubbliche. Anzi, essa, sotto certi profili, costituisce il presupposto per la vitalità e la sostenibilità nel tempo delle stesse comunità. Occorre perciò tarare al meglio i progetti e le politiche degli undici ecomusei, facendo attenzione agli obiettivi (e non solo alle finalità) da raggiungere, e ai modelli organizzativi e gestionali, come suggerisce lo stesso de Varine nell’ultima parte della definizione succitata. Il “turismo culturale” può essere oggi il driver che, con più immediatezza, può dare buoni risultati in questo ambito. Per questo motivo è necessario collegare strategicamente gli ecomusei ai “grandi attrattori” Unesco, ma anche, sotto il profilo della governance, ai Distretti turistici e ai Gruppi di azione locale (GAL) già attivi da tempo nei territori.