E’ tra le poche fotografe riconosciute e premiate a livello mondiale per gli scatti a caldo sulle vittime di mafia, per i ritratti sconcertanti di bambini, armati, o di bambine, disarmanti, per i giovani colti nella pienezza di una fisicità desiderante.

di Daniela Bigi

In occasione della prima grande retrospettiva che Milano ha dedicato a Letizia Battaglia con oltre trecento fotografie esposte a Palazzo Reale a ricostruire la carriera di una grintosa fotoreporter nota nel mondo per la complessità con la quale ha restituito l’immagine di Palermo e della Sicilia negli anni più bui del nostro passato recente, la curatrice di quella mostra, Francesca Alfano Miglietti, ha parlato di quegli scatti come di “forme d’attenzione”, ossia di “qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie”, un modo per interrogarsi “su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo”. E se “guardare è stata la sua attività principale”, ancora una volta dobbiamo soffermarci a riflettere su cosa ha mosso quello sguardo, cosa ha guidato quella soggettività autoriale, proprio oggi che di forme appassionatamente lucide come quelle che ha saputo esprimere Letizia Battaglia se ne incontrano sempre più raramente.

La sua storia la conoscono tutti: è tra le poche fotografe riconosciute e premiate a livello mondiale per gli scatti a caldo sulle vittime di mafia, per i ritratti sconcertanti di bambini, armati, o di bambine, disarmanti, per i giovani colti nella pienezza di una fisicità desiderante. Per le immagini delle piazze che manifestano, per gli scorci emozionati che raccontano delle feste religiose, che narrano di un’appartenenza arcaica, inossidabile, a luoghi e a riti.

Ma accanto agli aspetti più noti della sua carriera di fotografa, della sua militanza politica, della sua postura etica – penso all’impegno nella redazione de L’Ora o ai diversi ruoli politici assunti durante e dopo la Primavera di Palermo – ci sono elementi che meritano di essere ricordati a un pubblico più ampio, perché sono quelli che abitualmente portano meno visibilità, meno gloria, e che quindi parlano di una dedizione autentica, di un cammino di lotta e di costruzione senza tregua. Mi riferisco ad esempio alla partecipazione, nel 1991, alla fondazione del bimestrale Mezzocielo, condotto e realizzato da sole donne, o alla creazione delle Edizioni della Battaglia, o ancora al lavoro svolto con i pazienti dell’ospedale psichiatrico di Palermo.

Ora una piccola mostra in una galleria fiorentina diretta da donne e dedicata al lavoro di donne artiste, la Crumb Gallery, esce dai clamori dei successi museali degli ultimi anni e penetra in modo intimo in uno dei lidi tematici con i quali questa grande figura si è più spesso confrontata: il corpo delle donne. Si tratta di una quarantina di scatti che le ritraggono nude, in situazioni o ambienti quotidiani, in un segreto equilibrio tra posa e verità che può raggiungere solo chi conosce a fondo il suo soggetto e lo sa amare senza riserve.

Aver fotografato la mafia con audacia, con rabbia, con dolore, non significa che Letizia Battaglia debba rimanere vittima di uno stereotipo classificatorio. Il suo percorso è molto più ampio, come lo è la sua fotografia, che, come afferma lei stessa, “mi ha aiutato a mettere ordine nella mia vita” e di quella vita, conseguentemente, restituisce i patimenti, gli amori, gli errori, i desideri, le battaglie, le delusioni, la bellezza.