L’altopiano dell’Argimusco, a nord dell’Etna, tra le catene dei Nebrodi e dei Peloritani, offre un paesaggio unico di rocce scolpite dal vento e dall’acqua ed è scenario di quattro orizzonti. Una terra dove si può ancora credere a miti e racconti leggendari.

di Giuliana Imburgia

Un paesaggio dagli orizzonti liberi, che non presenta confini né per gli occhi né per l’immaginazione, se non quelli dettati dai colori della natura stessa, uno spettacolo fatto di rocce arenarie, cielo, terra, miti e leggende perfetto per lo studio dell’astronomia degli orizzonti.

È l’Altopiano dell’Argimusco, situato poco a nord dell’Etna, al confine tra i monti Nebrodi e i Peloritani, in un’area che dal 1997 fa parte della Riserva naturale orientata Bosco di Malabotta, uno dei boschi più estesi e antichi dell’isola, a pochi passi dai borghi medievali di Montalbano Elicona, Tripi , Novara di Sicilia e Roccella Valdemone.

Una vera rarità della natura per la sua spettacolare veduta aperta a 360 gradi che domina su tutto il territorio siciliano, testimone della presenza dell’uomo nella lontana era preistorica e dell’antica storia geologica della Sicilia.

A 1200 metri sul livello del mare, le Rocche dell’Argimusco sono formazioni rocciose dalle particolari forme zoomorfe e antropomorfe, rocce arenarie il cui profilo, come spesso si dice, è stato modellato nel corso del tempo dal soffiare del vento e dalla forza dell’acqua: rocce con profili animali, come quello dell’ariete, del pesce o dell’aquila che punta il becco verso sud, oppure con tratti umani, come quello del guerriero, dell’alchimista o il più evidente profilo androgino dell’orante, esaltato al massimo con le luci del tramonto.

Oltre che per la sua maestosa e straordinaria bellezza, l’altopiano è un luogo suggestivo perché racconta un’importante storia geologica e archeologica, che s’intreccia anche con miti e racconti leggendari. “Le rocche sono spesso associate alla mitica presenza dei Ciclopi in Sicilia – spiega lo studioso Andrea Orlando, astrofisico e archeoastronomo – e uno di essi, Arge, personificazione della folgore, figlio di Urano e Gae, e fratello minore di Bronte, il tuono, e Sterope, il lampo, sarebbe stato addirittura sepolto fra queste rocce”.

Per le sue particolari forme e posizioni evocative, l’altopiano può essere considerato un santuario naturale dove, in antichità, l’uomo andava a venerare le divinità della terra, del cielo e dell’acqua. “Se ci riferiamo alla Sicilia i culti legati alle divinità delle acque nella loro origine erano indigeni – continua – e la vasca rupestre intagliata nella roccia sul punto più alto dell’Argimusco rimanda immediatamente alla valenza magico-sacrale dell’acqua e potrebbe essere stata utilizzata come luogo di culto dalle genti di Abakainon, una delle città siculo-greche poco distante dall’altopiano”.

Un altro elemento naturale che sull’altopiano ha sempre avuto grande importanza è quello dell’aria, al quale sono strettamente legati l’osservazione del cielo, l’archeoastronomia, la “scienza delle pietre e delle stelle” e gli studi dell’astronomia degli orizzonti.

Dalle enormi rocce che svettano sull’altopiano, infatti, è possibile osservare tutti e quattro gli orizzonti: guardando verso sud si riesce a scorgere l’imponente mole dell’Etna, mentre rivolgendo il naso a nord lo sguardo si posa sul mar Tirreno e sull’arcipelago vulcanico delle Isole Eolie; in direzione ovest invece si vedono nitidi i Monti Nebrodi che degradano verso il palermitano e subito verso est ecco infine la catena dei Monti Peloritani e il Mar Ionio e sullo sfondo la leggendaria Rocca Salvatesta, anche detta Rocca Novara. “Si può immaginare così una linea della luce che collega l’est all’ovest e una linea del fuoco che unisce lo Stromboli all’Etna”, aggiunge Orlando.

La possibilità di praticare l’astronomia degli orizzonti sull’altopiano ha permesso agli archeoastronomi di verificare l’esistenza di un calendario astronomico: “Dall’Argimusco si può ammirare l’epica Rocca Salvatesta, un rilievo dominante in prossimità dell’est geografico, in cui ancora oggi nei giorni vicini agli equinozi si può assistere al fenomeno del sole che sorge sulla Rocca, una vera e propria ierofania, ossia una manifestazione del sacro attraverso la luce”.

Da molti erroneamente definita come la “Stonehenge siciliana”, in realtà le Rocche dell’Argimusco sono delle formazioni rocciose formatesi naturalmente sull’altopiano e rese uniche per la loro peculiare geomorfologia, sicché “è scorretto paragonarle a dei megaliti, come quelli inglesi, strategicamente posizionati sulla terra dall’uomo preistorico”, conclude Orlando.

Un luogo davvero straordinario, al confine tra cielo e terra, circondato da distese di felci che rendono il paesaggio primordiale e capace di riportare spontaneamente la mente di chi lo visita alla ricerca delle proprie primitive origini e che, non a caso, è tutt’oggi in corsa per essere inserito nella lista dei siti dell’Unesco, considerati patrimonio dell’umanità.