Le detenute-attrici del carcere Pagliarelli di Palermo, con il loro spettacolo in stato di grazia, sono state selezionate per un’importante rassegna nazionale. Forse sarà l’inizio di un viaggio verso un futuro migliore.

di Alessia Franco

Chissà che cosa devono avere provato, le donne rinchiuse, alla notizia che il loro spettacolo era stato selezionato per la sesta edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere, “Destini incrociati”. La gioia di una prima vittoria, la speranza di una partenza e soprattutto il concretizzarsi di un nuovo modo di vedere se stesse: all’interno di un gruppo in cui non essere solo madri o mogli. Essere donne, essere protagoniste.

Non che il lavoro della compagnia Oltremura – che interessa le detenute di Pagliarelli, dirette dalla regista Claudia Calcagnile – non avesse mai varcato le porte del carcere: il teatro Biondo ha ospitato il gruppo due volte. Stavolta, però, si trattava di fare il grande salto, di mostrare il risultato del proprio lavoro su un palcoscenico nazionale. Un sogno che sembrava sul punto di realizzarsi, fino a quando non è arrivato il no della magistratura a pochissimo dal debutto. Niente spettacolo, per le tredici detenute, dunque. Che al festival hanno comunque partecipato –  insieme ad altri cinque spettacoli di altrettanti gruppi  provenienti da case circondariali e di reclusione di tutta Italia – attraverso la proiezione integrale del video dello spettacolo.

Inutile precisare che non è stata la stessa cosa. Non prova neanche a nascondere la delusione la regista, presente all’appuntamento dicembrino del festival, a Savigliano: “Quello in carcere è un lavoro che comporta un continuo ricambio e richiede molto impegno: le donne sono occupate in questa attività quattro ore al giorno quasi quotidianamente. Andare in scena – dice – sarebbe stata un’importante occasione per confrontarci con altre realtà che, come noi, lavorano in uno stato di invisibilità e per offrire un’opportunità alle donne di mostrarsi sotto una luce diversa, di avere un momento di restituzione dell’impegno che mettono nell’attività teatrale”. Ma può accadere, in carcere è nell’ordine delle cose: come perdere un’attrice a pochi giorni dal debutto perché viene trasferita.

Ispirato alla Marianna Ucria di Dacia Maraini, In stato di grazia era stato “costruito” una prima volta nel 2018, in occasione del debutto al teatro Biondo. E ha dovuto essere letteralmente rimesso in piedi ex novo perché, delle tredici attrici del cast originario, soltanto due erano rimaste.

“Il carcere al femminile segue ritmi tutti suoi. Innanzi tutto perché numericamente le detenute sono meno degli uomini; poi perché il loro periodo di permanenza in carcere è più breve. Per la realizzazione di qualsiasi percorso – spiega la regista – si deve tenere conto di questo”.

Un bel confronto, dunque, quello tra le donne di oggi e la (apparentemente) lontanissima Marianna Ucria, sordomuta per un dolore rimosso. Non è dato, a quella donna del Settecento siciliano, di comunicare, né di leggere il mondo, con i mezzi tradizionali. Ma forse è anche una potenzialità: e queste donne, troppo a lungo custodi di un dolore arcaico, lo intuiscono. Fanno proprio il messaggio partendo da una riflessione: i tipi di gabbia che riempiono il mondo. Capita così che una di loro inizi ad abbracciarsi, senza tenerezza, con foga, fino quasi a togliersi il respiro, a strangolarsi con le sue mani: è il segno di un rapporto che le sbarrava ogni strada, ogni pensiero. È la vita passata che si fa movimento, sul palco.

A raccontare le sue donne è Claudia Calcagnile, regista salentina approdata definitivamente al teatro in carcere femminile nel 2015, dopo inquietudini e pellegrinaggi in giro per l’Italia, alla ricerca di un posto giusto per lei.

Sono i tempi dell’università, e dalla Puglia si sposta in Toscana per studiare psicologia. Ma non è quella la sua strada, non almeno nel senso stretto del termine, se ne accorge immediatamente.

Proprio qui, però, Claudia fa il primo incontro cruciale, quello con Alessandro Fantechi ed Elena Turchi, che dirigono “Isole comprese”. Molto più che una compagnia, il loro è un modo di declinare il teatro in contesti di marginalità.

“È stata quella la prima volta che mi sono scontrata e insieme incontrata con una realtà che fino ad allora non avevo mai considerato. Mi trovavo – dice Claudia Calcagnile – a contatto con contesti in cui le persone erano trattate da attori, per quanto provenissero da realtà disagiate. Insomma, era una visione lontana mille miglia da quella di assistenzialismo a cui ero portata ad associare certi contesti. È stato un vero e proprio shock, da cui ho imparato moltissimo”.

E così, Claudia mette radici in Toscana  e proprio con la compagnia “Isole comprese” diventa operatore teatrale in contesti di marginalità. Passa poi per il teatro fisico di Philip Radice, a Torino, e a Palermo arriva quasi per caso: una collega dei tempi toscani la invita a “fare qualcosa insieme”. Il suo primo approccio è quel groviglio di gente, suoni, colori e clacson che si chiama Borgo Vecchio. Si tratta di volontariato, però, e così non si può vivere. Torna in Puglia.

Ma il caso (che non esiste) vuole che il teatro Patafisico la richiami poco dopo in città per un laboratorio. Torno tra tre settimane, dice Claudia alla madre. Nel corso di quell’esperienza, però, avviene l’incontro con Donatella Farruggia, educatrice del Pagliarelli. E si fa avanti l’ipotesi di un percorso laboratoriale che si indirizzi a una fra le diverse categorie proposte. Claudia non ha dubbi, sceglie le donne.

Siamo nel 2015, e con le detenute di Pagliarelli prende vita un percorso ispirato a “Donne che corrono coi lupi”, dal libro di Clarissa Pinkola Estés. Dopo qualche tempo c’è il debutto, partecipatissimo, al teatro Biondo, del lavoro Di quel poco e del niente. Nasce così la compagnia Oltremura, che oggi è un vero progetto. Oltre alla regista, ne fanno parte12 persone tra costumisti, scenografi, assistenti, tecnici. Si avvale della collaborazione della fondazione Peppino Vismara, del teatro Biondo e del Comune di Palermo. Ma a supporto di questo circolo virtuoso ci sono anche altre agenzie culturali locali e nazionali: Lisca bianca, Edizioni precarie, Colibrì film, Cotti in Flagranza, Trust.

“Le donne hanno un loro modo di declinare la propria esistenza e di conseguenza anche il teatro. Al contrario degli uomini, più ancorati alla dinamica del fare – dice la regista – loro sono legate a quella dell’essere”.

Il primo nemico da sconfiggere è la depressione, che spesso costringe le detenute a letto, in uno stato di trascuratezza e di spaesamento.

Il teatro serve a dare un ritmo a giornate sempre uguali, ma anche a rompere meccanismi pericolosi, a responsabilizzare verso se stessi e il gruppo: si prova tre giorni alla settimana, per quattro ore, in una sala. Quando si avvicina la data del debutto gli incontri diventano quotidiani.

“In questa fase stiamo lavorando sul mito platonico della caverna – conclude la regista – e questo ha molto a che fare con la realtà e la percezione che abbiamo di essa e di noi stesse. Vedremo a che cosa porterà: il teatro è un viaggio in cui è impossibile stabilire a priori la destinazione. E il bello è proprio questo”.