Dalle vette delle Alpi al Sahara, sempre di corsa nelle condizioni più estreme. Storia della palermitana Luisa Balsamo, specialista dell’ultra trail, una gara che porta al limite delle possibilità di resistenza.

di Guido Fiorito 

Born to run, nata per correre. La chiamano la Regina di deserto, perché dal Sahara all’Acatama, li ha affrontati e vinti tutti. Ma siamo lontani da Wonder Woman, almeno da quella dei fumetti. Luisa Balsamo è una donna reale, dal fisico normale, e il suo approccio alla vita fugge dall’immaginario dell’eroina con i superpoteri che vince ogni difficoltà. Una donna palermitana che affronta gare lunghe trecento e più chilometri tra la sabbia e le montagne di tutto il mondo. Si chiamano ultra trail, gare estreme, ovvero fuori dalla norma. E nei suoi racconti ricorre la parola folle: “Il continuo rispondere alla gente che ti chiama pazza e ti chiede: cosa hai fatto ieri, sei andata a piedi fino a Catania?”.

La sua gara preferita: il Tor de Geants, il Giro dei Giganti in Valle d’Aosta. Si tratta di percorrere 330 chilometri in sei-sette giorni su sentieri alpini, attraversando i parchi del Gran Paradiso e del Mont Avic, attorno a Cormayeur, attraversando 25 colli oltre i duemila metri e superando più volte quota 3000. Il dislivello fa impressione: 24 chilometri. Luisa ha corso questa gara sei volte, dormendo quaranta minuti non più di tre volte, gestendo anche le conseguenti allucinazioni.

Alcune di queste gare le ha pure vinte, anche se siamo in un campo in cui partecipare è la molla principale. Una è la Transomania: prima nel 2014: 75 ore di gara per affrontare all’inizio le montagne e poi quasi 150 chilometri di dune attraverso l’Oman. Quarto tempo assoluto, battendo gran parte dei maschi. Oppure nel 2009 il Lavaredo ultra trail: sessanta chilometri attorno alle tre cime, con i locali a dirle: ma come fa una siciliana a vincere sulle Dolomiti?

“Sono nata per correre – ha scritto -. Mi è sempre piaciuto correre, correre, correre e guardarmi intorno, ascoltare i rumori e i suoni, osservare quello che mi circonda, pensare, parlare con me stessa e rimanere in assoluto silenzio, ascoltando soltanto il suono del mio cuore”. La passione per la montagna è nata da piccola, villeggiando a San Martino delle Scale e due volte l’anno sulle Dolomiti. Un’insegnante alla scuola media le ha fatto scoprire la corsa e non si è più fermata: pista, poi gare su strada con una ventina di maratone (ha vinto a Palermo 2005), infine la scelta delle gare estreme.

Non porta orologio, in corsa non usa auricolari per sentire musica, spegne il telefonino. “Queste gare sono esperienze che segnano in modo forte – racconta -, in certi casi cambiano la vita. È un distacco totale dalla vita di tutti i giorni, dai media, dai rumori. Capisci che tante cose sono superflue e che l’uomo ce l’ha fatta anche senza. C’è un modo di vivere diverso con pochi soldi e grande dignità, ci siamo adattati a qualcosa che non è a noi congeniale”.

Ha scritto che “corre anche per scoprire se stessa” e torna a casa “con qualche informazione nuova che vale già la gara”. E spiega: “Sapere a che velocità vai serve a poco. Io mi immergo nella natura, nel paesaggio. Sono in simbiosi con quello che mi circonda. Non penso al passato né che devo correre trecento chilometri altrimenti sarebbe un’agonia”. Un altro soprannome di Luisa è Spirit, il cavallo selvaggio dei fumetti: “Mi piace la libertà, non avere vincoli”.

Si corre prima con la mente e poi grazie all’allenamento. L’avversario principale è dentro se stessi. Si chiama paura. “Non ho paura. Mi è capitato di correre per decine e decine di chilometri da sola in Mauritania. Sono tranquilla perché mi sento unita all’ambiente, a ciò che mi circonda. Una volta nel deserto della Namibia, con un altro concorrente spagnolo, siamo stati circondati da specie di iene. Vedevamo nel buio i loro occhi rossi. Con i fischietti siamo riusciti ad allontanarle. Altre volte ho incontrato scorpioni o serpenti. Se ti prende l’angoscia non continui più”.

Tante esperienze, dalla Marathon des sables nel Sahara (otto volte, quarta all’esordio) fino alla Patagonia e ricordi indimenticabili: “Ho corso nel deserto dell’Atacama in Cile. C’era un caldo incredibile, 44 gradi, e il bianco accecante dei riflessi del sole sull’immenso lago salato. Eppure si vedevano le montagne innevate. In Giordania ho gareggiato in un deserto spettacolare, tra canyon di rocce che sembravano colate di sabbia caduta dal cielo. Un posto magico. Ho raccolto otto tipi di sabbia di diverse sfumature di colore”.

Il problema è poi tornare, stare in auto in mezzo al traffico e alla confusione della città, chiedendosi: cosa ci faccio qui? “Finire una gara è sentirsi come un palloncino che si sgonfia. Vivi in un mondo ovattato, non è facile riprendere la vita normale”. Tra una gara e l’altra, ha cresciuto due figli, Marta 24 anni e Lorenzo 22, e nello stato di famiglia ci sono anche tre splendidi cani Rhodesian Ridgeback di nome Jaja, Totò e Nelson in onore di Mandela. A cinquant’anni programma un’altra stagione di gare: in Lapponia 66 chilometri a meno 25 gradi con la speranza di vedere l’Aurora boreale; a luglio The Eiger North Face in Svizzera attorno alla montagna alta 4000 metri; a settembre il Tor de Glacier in Val d’Aosta, 101 chilometri in un giorno. E tante altre corse più corte per prepararsi.

Sveglia ogni giorno alle quattro, allenamento alle cinque di mattina (“vedo delle albe bellissime”), Luisa ha fondato e presiede una società di atletica, Palermo H. 13:30, l’orario in cui si dava appuntamento per correre con un gruppo di podisti. Organizza ogni anno la Palermo 5.30, corsa all’alba nel centro della città (22 maggio) con più di mille e cinquecento partecipanti, e in passato ha ideato gare sotto le stelle o sul monte Pellegrino. È una grande appassionata dell’Africa: “Sogno sempre di vivere lì. E poi noi siciliani abbiamo un po’ d’Africa dentro”.

Luisa Balsamo Tor de Geants bis