Gli amici del pop, da Beniamino Gigli a Bocelli: il bel canto al servizio della musica leggera.

Non è proprio una novità assoluta. Lo shakerarono i grandi tenori del passato il cocktail della musica popolare (non si chiamava ancora leggera né si abbreviava con pop) con la lirica. Meglio, alternavano i due generi. Con i dischi, soprattutto, ché prima e dopo la guerra i divi si concedevano poco alle serate, ai recital, e non erano nemmeno immaginabili i grandi raduni di star per voci e orchestra, né c’era ancora la tv che allestiva a uso e consumo degli spettatori a casa i megaeventi in cui l’“alto” del melodramma andava a braccetto con il “basso” della canzone, che poi “basso” non è anzi nobilissimo, visto che da sempre vi si cimentavano titolatissimi compositori (tra gli esempi meno remoti: che cos’è la romanza se non la nonna della canzonetta?).

Cavaradossi e “Core ’ngrato”

C’erano i Beniamino Gigli che una sera in teatro cantavano “E lucean le stelle” e morivano per finta a Castel Sant’Angelo e il mattino dopo incidevano sugli antichi solchi di gommalacca “Core ’ngrato”, i Ferruccio Tagliavini che si lasciavano acclamare dalle platee operistiche con la “Furtiva lagrima” e illanguidivano poi i più giovani con lo slow di “Tu non mi lascerai”, e tanti altri ancora tra i più baciati dalla popolarità, fino a quelli che più spudoratamente mischiavano già generi e palcoscenici, come Mario Lanza che, complici i più spregiudicati States, una sera era “Otello” annerito di trucco in teatro, la sera dopo intratteneva il pubblico nel suo show televisivo e il mattino successivo era di buon’ora sul set per il ciak di una biografia musicale. Ma quella, appunto, era l’America.

Pavarotti, compari and friends

La pop-opera, come si chiama adesso con termine in verità improprio, è genere diverso, è più commistione, va più verso la canzone con tecnica operistica (per voce, arrangiamenti, orchestrazione, produzione, destinatari), è un mix tra il genere lirico (più o meno stentoreo, rare le vie di mezzo), il musical e il pop. Come dicono i cattivi, è il Conte Ugolizzo, affida cioè a un uso quasi esclusivo dell’ugola, supportata da un sinfonismo spesso debordante, la sua espressività ma a un tempo prende a famelici, letali morsi i suoi stessi figli.

Certo, il tappo è saltato, insieme alle convenzioni più ortodosse, con Luciano Pavarotti che – seppur tenore “tout court” nacque e visse – si era già deliziato con il gioco “opera alle masse” con i fortunati tour dei Tre Tenori (sodali Josè Carreras e Placido Domingo): milioni di spettatori osannanti – da Central Park a Caracalla -, milioni di dischi e dvd venduti, milioni incassati con le esclusive tv. Lirica e pop (magari sotto forma di romanza da salotto) ma anche divertito gioco scenico, gare di filati e acuti, ben studiata impertinenza a seconda del divismo o delle attitudini dell’uno nei confronti degli altri due. Un fenomeno internazionale, quasi intergalattico, “Nessun dorma” come tormentone, vinceròòòò vinceròòòò poi, alla fine, Puccini magari non pervenuto. Franco Zeffirelli stigmatizzò severo che era roba da “posteggiatori” di osterie, mancavano le chitarre, le tovaglie a quadri e il fiasco di vino rosso. Da qui alla più affratellata commistione con il pop-rock, il passo fu breve e sancito dalle varie edizioni del “Pavarotti and friends”: da James Brown a Zucchero, Sting, Lucio Dalla, James Brown, Bryan Adams, Giorgia, Simon Le Bon, Dolores O’Jordan, Brian Eno, Mariah Carey. Repertori interscambiabili, acuti e riff di chitarra: per una sera, okay.

Bocelli, da Andrea a Matteo

Il fenomeno è ormai esploso, il contagio dilaga. Forse l’erede di Pavarotti (non certo per doti vocali ma per popolarità interplanetaria e capacità di mettere d’accordo pubblici diversi) è Andrea Bocelli, toscano di Lajatico, che 26 anni fa si presentò a Sanremo, scuderia Caselli, e vinse tra i Giovani. Da oltre un ventennio artista di fama mondiale ma anche griffe multinazionale, dai concerti ai dischi, dagli eventi benefici alla pubblicità. Adesso sta passando la mano al figlio Matteo, anche lui voce tenorile ben impostata.

Pop opera superstar

Un brand planetario oramai, un genere a sé. Di cui Bocelli è l’alfiere. Che ha segnato la strada anche a Il Volo da quando i tre erano già soprannominati “i tre tenorini” nel talent televisivo di Antonella Clerici da cui sono usciti fuori. L’origine “classica” di molti artisti (studi al Conservatorio, diplomi di tenore, soprano, contralto) ne fa in diversi casi dei campioni di crossover musicale consentendo loro di spaziare, appunto, dalla lirica tradizionale e moderna al musical, al doppiaggio di film. Alessandro Safina è uno di questi così come Luca Canonici, passati anche loro dai teatri d’opera a Sanremo. O come la palermitana Filippa Giordano. E tra le star mondiali, la francese Emma Shapplin, la canadese Lara Fabian, le inglesi Sarah Brightman e Susan Boyle.  Gli ultimi baciati dalla fortuna, in Italia, due siciliani, entrambi usciti da due talent: il ragusano Lorenzo Licitra, che vinse “X Factor” nel 2018, coach Mara Maionchi, e il messinese Alberto Urso, trionfatore ad “Amici” la scorsa primavera (ma come i ragazzi de Il Volo era stato anche lui dieci anni fa dalla Clerici a “Ti lascio una canzone”): quest’ultimo sta per partire per Sanremo, sarà in gara tra i Big con “Il sole a est”.