di Augusto Cavadi

Prima di essere toccato dai colori, dai profumi e dai sapori della Sicilia, non appena vi mette piede, il turista è stato raggiunto – già a casa sua – dalle note di canti tradizionali. Il significato delle parole è percepito confusamente (o, nel caso di viaggiatori stranieri, per nulla): ma le musiche di Ciuri ciuri o di A luna ammenzu ‘u mari o di Quant’è laria la me zita sono note ben al di là dei confini dell’isola.

Tra le canzoni popolari più conosciute rientra Vitti ‘na crozza. È diventata una sorta di inno del folclore siciliano. Ma quasi nessuno – isolano o turista – ne conosce il significato originario. Come spiega in un libro (La messa negata) di alcuni anni fa Sara Favarò, il teschio che parla invocando una degna sepoltura era appartenuto a uno zolfataro inghiottito dalla bocca d’ingresso (“cannuni”) di una miniera. Infatti, sino agli anni Quaranta del XX secolo, i preti cattolici usavano negare  i funerali a chi decedeva “per morte violenta”, e per giunta nell’oscurità infernale delle zolfatare:  ancora nel 1988 un vescovo, proveniente da una famiglia di contadini e minatori, ricordava con tristezza che, ai tempi della sua giovinezza,  “gli zolfatari restavano sempre gli ‘altri’, i non uomini o gli ex uomini; i senza religione e senza educazione, i ‘morti di fame’, sì, ma anche i violenti; bisognava aiutarli ma mantenendo le distanze.

 La vergognosa tradizione fu interrotta nel 1944 quando a Lercara Friddi (nella provincia di Palermo) don Filippo Aglialoro, sconvolto dalla notizia di undici minatori ingoiati dalla terra, decise di scendere nel buio della zolfatare e di celebrarvi messa in suffragio delle vittime sul lavoro. Negli anni successivi fu un altro prete controcorrente, don Salvatore Buccoleri, a proseguire la svolta in favore di questi disgraziatissimi fra i lavoratori disgraziati dell’epoca. Vitti ‘na  crozza è dunque un doloroso, patetico, struggente canto di protesta verso la prassi clericale discriminatoria posto sulla labbra di un cadavere ingiustamente dimenticato. Che resti un portabandiera della tradizione musicale siciliana va benissimo, ma nella versione originale di nenia melodiosa meditativa che invita a non perpetuare situazioni d’iniquità a danno di vivi e di morti. Sarebbero, invece, da evitare altre versioni commerciali, frutto di ignoranza più che di cattiva fede, che – infiocchettando l’esecuzione musicale con battimani e tarantelle – tradiscono la drammatica serietà del messaggio che l’autore intese lanciare a suo tempo.