Una lastra, collodio, sali d’argento e tempi lughissimi. Con una tecnica fotografica dell’Ottocento Gianni Cusumano dà vita a immagini potenti, cariche di una grande forza evocativa. Un viaggio creativo che attraversa i secoli.

testi Giulio Giallombardo – foto Gianni Cusumano

Un elogio della lentezza tra chimica e luce. La reazione alla frenesia fotografica nel tempo dei social è un controcorrente ritorno al passato. Un viaggio a ritroso che Gianni Cusumano – siciliano di ritorno dopo esperienze in giro per l’Europa – ha intrapreso da alcuni anni, indagando sulle origini della fotografia. Nella sua bottega di Castelbuono, sulle Madonie, sperimenta l’uso del collodio umido, tanto in voga nella metà dell’Ottocento. Il risultato è un lavoro che appare moderno, nonostante la tecnica utilizzata: immagini profonde, persistenti, velate di mistero, lontane anni luce dalla liquidità digitale. Una ricerca che parte dalla materia per tornare ai ritmi della natura, vista con lo sguardo incantato di chi si trova davanti a un universo tutto da decifrare.

Non poteva che essere lento e materico l’approccio di Cusumano alla fotografia, quasi un contraltare alla fluidità che riempie, parallelamente, la sua vita lavorativa. Trentacinquenne laureato in Economia, consulente e manager per alcuni enti e aziende, passa gran parte del suo tempo davanti a numeri e computer. Partito da Porto Empedocle, sua città d’origine, vive prima ad Atene, poi a Londra, per tornare in Sicilia quattro anni fa, a Castelbuono, dove adesso si è fermato. Così, dopo i ritmi convulsi delle grandi città, il passo si fa lento, a tu per tu con la natura madonita.

E non sembra esserci luogo migliore per affinare una passione nata una decina di anni fa, che guarda al passato, ma con occhi nuovi. Lasciandosi guidare dall’ombra di Frederick Scott Archer, inventore dell’ambrotipia, tecnica basata sul collodio umido, processo che dalla metà dell’Ottocento rese la fotografia accessibile al grande pubblico, Cusumano porta avanti la sua personale ricerca. “Tutto è nato dalla curiosità – racconta – da piccolo ero affascinato dalle macchine fotografiche, poi crescendo ho iniziato a chiedermi come funzionassero. Ho iniziato le mie ricerche da autodidatta nei ritagli di tempo, cercando di capire il principio fisico alla base della fotografia”. Comincia una lunga fase di studio su testi storici dell’Ottocento che portano Cusumano a riscoprire la tecnica col collodio umido.

Utilizzando una semplice lastra di vetro, spalmata di collodio con l’aggiunta di alogeni, ovvero dei sali, resa fotosensibile dopo essere stata immersa in un bagno di acqua e nitrato d’argento, si ottiene una pellicola pronta per catturare la luce. Si inserisce la lastra dentro il banco ottico, si “scatta” lasciando passare la luce con tempi di esposizione molto lunghi e poi si passa alla camera oscura, sviluppando la lastra e fermando l’immagine catturata in un bagno di fissaggio. Poi la lastra va riscaldata con un fornellino per far evaporare l’acqua e trattata con una soluzione che crea una patina protettiva per conservare l’immagine. “Oggi di fronte all’immediatezza del semplice clic del digitale – osserva Cusumano – sembra assurdo pensare che questa tecnica nell’Ottocento rese la fotografia più accessibile. Eppure rispetto al dagherrotipo o al calotipo, con il collodio umido si fece un balzo in avanti importantissimo verso la diffusione di massa”.

Così, se oggi basta una frazione di secondo per ottenere un’immagine, il lavoro di Gianni è scandito da tempi lunghi e riflessivi, tanto che – tra preparazione, posa, esposizione e sviluppo – per il prodotto finito si impiegano dai venti minuti alla mezz’ora. “Uno dei motivi per cui uso questa tecnica e che ti permette di stare lontano dall’isterismo che viviamo oggi con la fotografia – confessa Cusumano -. È così facile e a costo zero ottenere un’immagine che non possiamo fare a meno di accumularne il più possibile, senza dare spazio al pensiero, senza selezionare e filtrare le immagini o avere una piena consapevolezza di quello che stiamo facendo. Lavorare con queste tecniche alternative di fotografia vuol dire scegliere la lentezza alla velocità, la manualità all’automatismo, l’uomo alla macchina. Inoltre le lastre che si ottengono, ai sali d’argento su lastra di vetro, conservano le caratteristiche di un’elevatissima durabilità e conservabilità nel tempo e di una definizione e dettaglio che non ha eguali. Può sembrare anacronistico utilizzare una tecnica così antica nel 2020 ma non è così – puntualizza il fotografo -. La tecnica è solo un mezzo con cui si esprime la fotografia che deve per necessità e definizione occuparsi del qui e ora, della contemporaneità. Per cui è importante non rischiare di cadere nell’autoreferenzialità delle antiche tecniche solo per rievocare un passato, ma riuscire a esplorare le potenzialità che la tecnica contiene per raccontare il presente”.

Una sfida quella di Cusumano che sta dando i suoi frutti, tra premi, collaborazioni internazionali e riconoscimenti. È alla seconda edizione il workshop  previsto a Castelbuono a maggio, con Mark Osterman e France Scully Osterman, docenti del George Eastman Museum di New York, considerato il più antico museo del mondo dedicato alla fotografia e uno dei più antichi archivi cinematografici. Poi, con la fotografia “Gestazione” che ritrae la sagoma di una donna incinta ricoperta di spighe di grano, Cusumano si è classificato primo nella sezione ritratti in studio del premio “Modern Collodion” e ha tenuto anche un workshop organizzato con Letizia Battaglia al Centro internazionale di Fotografia a Palermo.

I suoi lavori si dividono tra ritratti e paesaggi, catturati questi ultimi andando in giro con un furgoncino e portando tutto ciò che serve. “Mi piace perdermi nei silenzi della natura e fotografare le sue forme – racconta Gianni – gli alberi d’ulivo, i tronchi nodosi, i rami flessibili, la ciclicità delle stagioni che passano. Quando esco con il mio furgone e vado a cacciare immagini, spendo intere giornate ad aspettare la luce migliore”.

Una scrittura con la luce che si fa materica, riappropriandosi del tempo. Una lastra di vetro che diventa cornice alternativa agli schermi di un computer, un tablet o un cellulare, dove le fotografie ormai si riproducono a ritmi forsennati. Un viaggio creativo che attraversa i secoli, con lo sguardo teso all’eternità.