Carla Accardi per tutta la vita ha sperimentato con libertà il segno e il colore, ha aderito all’astrattismo con coinvolgimento emotivo e intellettuale. Ricercava la brillanza del colore.

di Daniela Bigi

Mentre chiude a Palazzo Reale la personale di Letizia Battaglia, Milano annuncia per la primavera, al Museo del Novecento, la prima grande retrospettiva dedicata a Carla Accardi dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2014. La cornice è tra le più adatte, visto che questo gioiello museale ha intrapreso già da tempo un percorso di riproposizione del lavoro di artiste italiane del XX secolo.

Per Accardi, l’intento è quello di restituire la complessità e la coerenza del suo lungo percorso artistico puntando soprattutto su un approfondimento del clima culturale, del contesto politico, del panorama sociale con i quali l’artista si è confrontata, decennio dopo decennio.

Nata a Trapani nel ‘24, Carla studia prima presso l’Accademia di Palermo – dove incontra Antonio Sanfilippo, che in seguito sposerà -, poi a Firenze e nel giro di pochi mesi decide di trasferirsi a Roma. Siamo nel ’46, nello scenario devastato ma febbrilmente costruttivo dell’immediato dopoguerra, ed è qui che incontra i suoi primi amici artisti, Consagra, Turcato e gli altri compagni di strada, Attardi, Dorazio, Perilli, Guerrini, tutti mossi dalla stessa urgenza di rinnovamento, dal medesimo entusiasmo propositivo. Con loro, nel ‘47, fonda il gruppo Forma, ragionando sulla necessità di un aggiornamento della cultura italiana e sulla comune esigenza di ricercare una forma pura (“ci interessa la forma del limone – argomentavano nel Manifesto – non il limone”). Partono dall’ipotesi della geometria, si dichiarano formalisti e marxisti, e riprendono il discorso da dove lo avevano lasciato le prime avanguardie europee.

Nel 1951 il gruppo si scioglie e per l’artista inizia un percorso solitario, coraggioso. Si porta dentro una nativa esperienza della luce, lo racconta spesso, la salina dei genitori a Trapani, quel bianco abbagliante… Ha dei maestri che ammira, i grandi astrattisti dei primi del secolo, ma anche Matisse, e poi Balla, o i più giovani Hartung, Pollock, figure così capaci di interpretare le istanze del proprio tempo, un aspetto fondamentale per lei. Riteneva indispensabile prendere parte, con il proprio lavoro, al contesto della modernità, all’artificiale paesaggio urbano fatto di pubblicità, di fotografia, di neon, di plastica. Lo aveva ereditato dai Futuristi. Voleva “indicare una possibilità nuova di vita dentro una nuova fluidità, uno scorrere in essa senza più urti, violenze, rimpianti, un libero ritorno a una specie di paradiso perduto”. Ma le premeva anche occuparsi delle problematiche dell’attualità, farsene carico attraverso il proprio impegno di artista, all’interno del proprio specifico. Penso per esempio alle istanze espresse dal movimento femminista, del quale fino agli anni Settanta fu vivace sostenitrice nella scena romana, per poi, andando avanti negli anni, prenderne le distanze per seguire una visione più personale, meno ideologica.

Per tutta la vita ha sperimentato con libertà il segno e il colore, ha aderito all’astrattismo con coinvolgimento emotivo e intellettuale. Ricercava la brillanza del colore, quel bagliore del tutto speciale che la luce riesce a raggiungere quando entrano in contatto due colori contrastanti: “Più che i colori – affermava – amo gli accostamenti e l’emanazione di luce che ne deriva”.

A Milano sarà dunque possibile vedere riunite – a cura di Maria Grazia Messina e Anna Maria Montaldo, con catalogo Electa – una settantina di opere storiche insieme a una nutrita serie di fotografie e documenti messi a disposizione dall’Archivio Accardi Sanfilippo. Sarà un modo per spaziare dentro quel flusso vitale così centrale nella visione dell’artista, così motivante rispetto a tutte le sue scelte espressive: “Alla base del mio dipingere sta il fare, integrato con il vivere e dentro il vivere stesso”.

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