Dal 1994 a oggi per i comuni che ruotano attorno alla Dop è cambiato tutto. Dall’abbandono progressivo dei campi siamo arrivati a una crescita e a uno sviluppo sostenibili e virtuosi. Ecco quanto conta fare sistema.

testi Pino Cuttaia

In un territorio non semplice come il nostro la prospettiva lungimirante di alcuni visionari spesso crea le condizioni per nuove opportunità e favorire lo sviluppo.

Così fu 18 anni fa, quando Enrico Briguglio, diede il via, insieme ad altri pochi ristoratori siciliani, alla creazione dell’associazione “Le Soste di Ulisse”, rendendo sistema l’accoglienza e la ristorazione in Sicilia. Oggi l’associazione consta di 44 associati, ristoratori e albergatori. Collaborano con noi alcune cantine siciliane e diversi produttori. Così tutti insieme riusciamo ad aiutarci, a promuovere la Sicilia e le nostre aziende, ci aiutiamo gli uni con gli altri e la nostra bellissima terra sembra un po’ più semplice. Stare insieme è un valore, forse un dovere.

Non abbiamo inventato nulla e anzi credo che il continuo confronto con le altre associazioni sia di fondamentale importanza per mutuare modelli positivi, condividere difficoltà e fare rete.

Alla fine degli anni ’80 una grave crisi colpì il comparto agrumicolo siciliano.

I produttori del territorio intorno alla città di Ribera decisero di riunirsi in un’associazione. Lì ha inizio la vita del Consorzio di Tutela della Arancia Ribera di Sicilia.

Giuseppe Pasciuta è il presidente del Consorzio, nonché agronomo e piccolo produttore di arance di Ribera DOP. Conosce bene il mondo della produzione e del mercato. Come nasce il Consorzio e quanto è stato importante riunirsi in un’associazione?

“Nasce nel 1994 dall’esigenza dei produttori agrumicoli del comprensorio che subivano la concorrenza degli altri produttori di realtà similari. Ed è stato fondamentale! Considera che oggi produciamo 3 varietà: Brasiliano, Washington navel e Navelina. Queste varietà sono prodotte anche fuori dai territori del consorzio, ma il terreno e il microclima favoriscono la produzione di un’arancia con caratteristiche organolettiche uniche. È quest’unicità che ci ha permesso nel 1999 di ottenere la denominazione di origine protetta (DOP) e nel 2009 il riconoscimento del marchio a livello europeo”.

E questo che cosa ha significato per i produttori?

“Una crescita costante e la tutela del loro prodotto e del loro lavoro. Si è passati da un momento in cui le arance avevano un valore di mercato talmente basso che non venivano raccolte, con conseguente abbandono dei terreni agricoli e svalutazione dei fondi, al 2000 con un valore di circa venti centesimi al chilo, fino a oggi, dove le arance vengono vendute dal produttore a cinquanta centesimi.

Il valore nel marchio si vede anche nel prodotto che solitamente è scartato, quello che ha qualche imperfezione visiva. Oggi anche quello ha un valore, perché l’arancia di Ribera DOP è un marchio riconosciuto”.

Un grande risultato: 300 produttori, grandi e piccoli, distribuiti su 14 comuni che vanno da Menfi a Bivona e Siculiana, con epicentro Ribera hanno dato valore al loro prodotto e attraverso questo al loro lavoro.

“Ma non è solo una questione economica. Non si abbandonano più i terreni, che anzi hanno acquisito valore. Così si preservano e si curano. I ragazzi trovano sbocchi lavorativi nel settore e arricchiti dalle competenze acquisite dagli studi universitari tornano nelle loro città diventando imprenditori agricoli. Si muove tutto l’indotto e si sviluppa un intero territorio che ancor di più pone attenzione nel valorizzare le altre risorse che possiede”.

Come si pone il consorzio rispetto al mercato?

“A differenza di altri consorzi, non abbiamo un fine commerciale. La commercializzazione dei prodotti è delegata al singolo associato. Trovo interessante il fatto che oltre al riscontro sul mercato delle grandi distribuzioni organizzate, gli associati si sono organizzati per la vendita diretta al consumatore. Portiamo le nostre arance fino in Svizzera, in Germania, in Austria”.

Avete costruito un modello di sostenibilità economica, sociale funzionante. Ma com’è il vostro rapporto con le condizioni climatiche e con l’inquinamento ambientale?

“Faccio una premessa: le nostre coltivazioni ci permettono di non fare trattamenti una volta raccolto il prodotto per preservarlo. È importante perché consente un uso completo dell’arancia. Si utilizza il succo ma anche la buccia è edibile. Le condizioni climatiche in Sicilia ci permettono di affrontare la produzione nel rispetto delle stagioni. Tuttavia, accade che l’aumentare della temperatura media dia vita a fenomeni di cascale anomale (le arance cadono dai rami prima del tempo di maturazione, n.d.a.). Riusciamo ancora a lavorare sulle piante attraverso la lotta integrata ma, anche in questo caso, l’aumentare delle temperature medie impedisce la morte di alcuni insetti nocivi sensibili alle basse temperature”.

Quali sono le altre difficoltà che incontrate?

“A volte abbiamo difficoltà a reperire le risorse necessarie per proseguire la nostra opera di sviluppo del territorio e di comunicazione e anche ottenere fondi statali non è facile. Ci servirebbe maggiore aiuto dai comuni, abbiamo ancora difficoltà con le infrastrutture e i trasporti, ma continuiamo a fare opera di sensibilizzazione sia all’esterno che al nostro interno. Mi piacerebbe che i nostri associati facessero ancora di più e investissero sul consorzio per promuovere una serie di attività che potrebbero ancor di più valorizzare il nostro territorio e il nostro prodotto”.

Trovo necessario avere un costante confronto con le istituzioni, soprattutto per chi come noi opera all’interno di un territorio per il territorio e la cui attività non ricade solo all’interno della propria azienda ma attraverso l’indotto su tutto ciò che ci circonda.

“Assolutamente. Nel 2014, il Ministero delle politiche agricole e forestali ha approvato il progetto ‘Le vie della zagara’ per la valorizzazione degli agrumi e dei propri territori presentato dal Distretto produttivo agrumi di Sicilia di cui sono vicepresidente”.

Di che cosa si tratta?

“Il Distretto si propone di lavorare per costruire e comunicare un’immagine sinergica fra prodotto, territorio, qualità e sicurezza alimentare, con l’obiettivo specifico di una valorizzazione complessiva dell’insieme delle risorse e degli elementi di identità che costituiscono un patrimonio dell’intera comunità locale e attraverso ‘Le vie della zagara’, innovare e valorizzare le produzioni agrumicole siciliane di qualità e garantire un cibo sano con un’innovazione organizzativa e di sistema e, al contempo, favorire la conoscenza anche delle tante altre produzioni di qualità, sia agricole che artigianali siciliane, creando un forte raccordo tra i diversi comparti economici dell’isola: agricoltura, pesca, artigianato e turismo”.

Come immaginavo siamo perfettamente allineati. Lo scopo è il medesimo, parlare di terra, di mare, di donne e di uomini. Così come Le Soste di Ulisse, abbiamo uno scopo comune.

Valorizzare le eccellenze di produzione artigianali e agricole attraverso il turismo, perché bisogna far conoscere non solo le eccezionali qualità del prodotto siciliano, ma anche l’unicità del suo territorio e in particolare dei luoghi di produzione, le realtà aziendali e le persone che con passione e impegno si dedicano. Naturalmente, sia per promuovere questo aspetto sia per affrontare i mercati interno ed estero, occorre fare sistema.