Da una piccola drogheria in Calabria ai fasti della grande ricchezza e della nobiltà. I recenti successi editoriali riaccendono i riflettori sulle vicende di una delle più significative famiglie siciliane del Novecento. Tra splendori, bellezza e rovine.

di Antonella Filippi

La trama del feuilleton siciliano d’altri tempi è di quelle che appassionano. Ultimo protagonista il ventiduenne Ignazio Florio, rampollo poco avvezzo alla sobrietà, che eredita alla prematura morte del padre, il senatore Ignazio, un impero fatto da grappoli di imprese. In più, sposando la bella Franca Jacona Notarbartolo di San Giuliano, vede ulteriormente aprirsi i portoni dell’aristocrazia siciliana che già bazzicava perché la mamma era la baronessa Giovanna d’Ondes Trigona, primo lasciapassare verso un nuovo status sociale per la famiglia di emigrati calabresi, alla faccia di ogni ostracismo sociale.

Qui l’avvio di un mito che torna a far parlare di sé, quello dei Florio, gli Agnelli della Belle Epoque. Il libro di Stefania Auci I leoni di Sicilia nelle vendite supera l’insuperabile Andrea Camilleri; si ristampano famosi volumi sull’argomento come L’età dei Florio di Romualdo Giuffrida e Rosario Lentini, con introduzione di Leonardo Sciascia e saggi di Gioacchino Lanza Tomasi e Sergio Troisi, primo approccio organico per tessere le trame della dinastia, di cui Sellerio ripropone la riedizione anastatica; mentre il volume di Orazio Cancila, edito da Bompiani nel 2008, I Florio. Storia di una dinastia imprenditoriale, viene ristampato da Rubbettino.

I luoghi abitati dalla famiglia, dalla Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella, al Villino Florio a Villa Igiea vivono una nuova età dell’oro. I primi gremiti di visitatori a ogni apertura, il secondo (diventato da tempo hotel di lusso) pronto a riaprire dopo un’accurata ristrutturazione firmata da Rocco Forte.

Agli inizi del ‘900 il mito dei Florio raggiunge il suo culmine: un numero uno dell’architettura, Basile, progetta le loro affatto modeste dimore, il mobilificio Ducrot arreda le loro navi. E Palermo diviene una delle capitali del Liberty, inventa uno stile di vita che fa sognare perché proprio qui i pronipoti di semplici droghieri calabresi – diventati, strada facendo, commercianti, imprenditori e finanzieri – ospitano re e kaiser, stringono amicizia con D’Annunzio, Boldini, Leoncavallo, Caruso, mostrando a tutti che “si può fare”. Ignazio jr, perso tra i suoi flirt e i suoi viaggi, ridurrà il suo patrimonio in cenere ma il mito, paradossalmente, si consoliderà nei momenti bui, la morte prematura di tre figli in tenera età e l’assenza di un erede maschio: quella della fama è una coperta capace di coprire i buchi economici che si aprono, uno dopo l’altro, sotto i piedi della famiglia.  Questa, in sintesi, la storia. Rimossa, dopo tanti fasti, almeno fino agli anni ’80 del secolo scorso.

“I Florio – spiega lo storico Cancila – rappresentano uno dei pochi miti della storia siciliana, assieme a Federico II, al Parlamento siciliano e  ai normanni. Rappresentano uno dei pochi momenti felici della nostra storia”. Eppure il mondo dei Florio – una full immersion di Basile, Giachery, Ducrot, eclettismo e Liberty – è sparito, in silenzio, inghiottito dal cemento: si è salvata solo la “casa di Topolino”, come Enzo Sellerio definiva Villino Florio all’Olivuzza: “Nuovo interesse lo hanno ridestato le prime ricerche serie avviate da Giuffrida e Lentini contenute nel libro di Sellerio – aggiunge lo storico – e il rilancio di Villa Igiea. Aggiungerei anche il volume molto completo di Simone Candela. Io ho lavorato su fonti notarili mettendo insieme una documentazione imponente; inoltre ho allargato la ricerca fino alla metà del ‘600: l’albero genealogico mi ha spinto fino a Melicuccà, ancor prima che a Bagnara, e a particolari ignorati dagli stessi eredi dei Florio”.

Per Rosario Lentini “gli spunti da sceneggiatura cinematografica sono tali e tanti da consentire libertà di trama a chiunque voglia occuparsene. È incontrovertibile che il mito dei Florio resista e non sia stato scalfito, d’altronde il sicilianismo si compiace di proporre il moto perpetuo delle responsabilità esterne all’origine di ogni sciagura che si sia abbattuta sull’Isola e sui suoi abitanti. La storia dell’ultimo Florio, quindi, ha assunto una connotazione da cartoon: la lotta titanica tra un grande imprenditore siciliano contro una coalizione di avversari che avrebbe potuto batterlo solo complottando politicamente”.

“La loro vita si muove tra ricchezza e dissesto, nascite, malattie, lutti, vizi, sontuosi ricevimenti con re e regine, imperatori e imperatrici, zar e zarine e coinvolge anche il mondo dell’alta finanza con i Rothschild, i Morgan, i Lipton”, commenta Vincenzo Prestigiacomo, autore del libro I Florio. Regnanti senza corona, proprietario di un archivio personale con 4300 documenti, presidente del comitato scientifico che prova a mettere ordine nell’archivio di casa Florio e alle prese con un nuovo capitolo dedicato a Vincenzo Florio, da inserire nella quarta ristampa del libro sulla famiglia in uscita in primavera. “Il volume della Auci – riprende – ha ulteriormente risvegliato l’interesse ma la vera opera di promozione sulla storia siciliana l’hanno fatta Dolce & Gabbana. Tutto ciò dovrebbe portare turismo ed economia su Palermo, a patto che la città si faccia trovare preparata”.

Di saghe familiari che si muovono tra lussi e tragedie ne esistono a bizzeffe, ma gli Agnelli di Sicilia suscitano tanta curiosità perché i personaggi di questa comédie humaine di altri secoli sono ancora attuali, perché gli stessi Florio sono emigranti calabresi con iniziali problemi di integrazione. O perché, si sa, certe debolezze – non parliamo di peccati – sono oggetto di ammirazione e di comprensione, più che di censura. Di sicuro c’è quella genialità imprenditoriale che piace ma manca l’happy end perché, per incapacità imprenditoriale dell’ultimo discendente, per mani bucate o per una campagna antimeridionalista, la fine è dietro l’angolo. Della famiglia e del patrimonio, ma non del mito. Gioacchino Lanza Tomasi non ha dubbi: “Denaro e sesso sommati insieme costituiscono il motivo di tanto successo. E poi c’è la speranza che storie come questa alimentano in un Paese come il nostro, molto povero allora e anche adesso. La loro vicenda fa illudere che tutti possano diventare ricchi e circondarsi di belle donne, partendo dal basso. La loro dinastia, fino al senatore Ignazio, è stata una potenza, il giovane, invece, ha bruciato tutto”.

Ninni Giuffrida, professore associato di Storia moderna dell’Università degli Studi di Palermo e figlio di Romualdo, spiega: “Tutti i miti siciliani dei primi del Novecento che si rispettino si riconducono ai Florio. Se nel 1900 Ignazio, per supportare una visione politica, fonda il giornale L’Ora, già nel 1902 si può scrivere di una inarrestabile agonia finanziaria, epilogo di una grande famiglia borghese-imprenditoriale che seppe interpretare magnificamente il proprio ruolo nel teatro ottocentesco siciliano e nazionale. E il suo mito resiste”.

Le vetture partecipanti alla Targa Florio sfilano all'Olivuzza6TP_3742