I paesaggi di pietra sono, per la natura stessa del materiale che li compone, tra i più resistenti, ma un confronto con le fotografie vecchie di una quarantina di anni è implacabile.

testi Giuseppe Barbera – foto Margherita Bianca

Nell’altopiano dei monti Iblei sono così abbondanti le architetture di pietre calcaree, bianche quasi lucide e abbaglianti, che si raccontava che Dio, nella distribuzione dei beni, fece cadere lì tutte quelle di cui disponeva, riservando l’oro e l’argento ad altre terre ritenute più fortunate. Le vicende della storia mostrano che così non è stato. Mentre gli spaccapietre (i pirriaturi), i mastri e scalpellini (i murassiccari) siciliani pazientemente cavavano, sagomavano, accatastavano pietra su pietra, in nome dei metalli preziosi si sono compiuti orrendi misfatti umani e ambientali in giro per il mondo. Costruivano un paesaggio che testimonia secoli di fatica, sorretti dalle necessità della sopravvivenza e da un gusto estetico nativo.

Un paesaggio, documentato dai libri di Paolo Tiralongo, adesso noto e celebrato dai film di Montalbano, formato dalle rocce che per prime (intorno a due milioni di anni fa quando la Sicilia iniziò a prendere forma) emersero dal mare primordiale. Su di esse il lavoro, vecchio di poco più di due secoli, di contadini che – strappata la proprietà ai latifondisti – iniziarono ad alzare muri di “campicelli contornati di siepi di sassi” per la custodia del bestiame nelle chiuse che alternano, segnate dalla sagoma decisa dei carrubi, prati per il pascolo, campi di cereali e leguminose. Una rotazione agraria che con i frutti dell’albero garantisce alimenti agli uomini e alle bestie che forniscono lavoro e letame. I carrubi crescono, difesi dal morso degli animali dalle pietre dei mannaruni, i capanni sono funzionali ricoveri, la neve si conserva nelle niviereMannari, cui danno consistenza grosse pietre o massi acuminati contro lupi e volpi, vengono detti gli ovili e alte muragghie in ordinate architetture raccolgono le pietre non utilizzate.

Una ragnatela di strade campestri che – in un libro di Mario Giorgianni che accompagna le fotografie di Peppino Leone – interrompe, richiamando lamenti per una percorribilità preclusa alla sua “grossa Citroën vecchia ormai di dieci anni e passa”, le dotte parole introduttive del filosofo Rosario Assunto.

Il libro è di Sellerio editore e a Enzo Sellerio va il merito di una fotografia, pubblicata in Inventario Siciliano, divenuta simbolica del paesaggio rurale ibleo. Mostra un cavallo o forse un mulo all’ombra di un carrubo sagomato dal morso per trarne alimento e ombra. Un’immagine dove l’albero emblematico “campeggia – è ancora Assunto –  a guisa di figura araldica”. Nella nota alla fotografia, Sellerio osserva che “durante la febbre del petrolio, degli anni Cinquanta, un tecnico americano asserì che, secondo i suoi calcoli, con i sassi dei muretti di Ragusa si potevano costruire tutti i grattacieli di Manhattan”.

I paesaggi di pietra sono, per la natura stessa del materiale che li compone, tra i più resistenti, ma un confronto con le fotografie vecchie di una quarantina di anni è implacabile. Si disfanno i muri, avanza il cemento, eppure resistono gli alberi che vengono ancora coltivati perché dai semi delle carrube si ottiene oggi il migliore addensante alimentare. Gelati e creme di eccellenza non ne possono fare a meno e viene allora in mente quell’antico detto che impone la cautela, quando si cancellano paesaggi che hanno radici profonde in risposta a sogni speculativi sporcati di petrolio, trivelle e pale eoliche disposte alla rinfusa: si rischia di aggiungere il danno alla beffa e di “perdere l’asino con tutte le carrube”.