Due tenori siciliani e un baritono abruzzese per cantare i classici della canzone italiana. E’ questo il segreto del successo che ormai da dieci anni ha fatto di Piero Barone, Ignazio Boschetto e Gianluca Ginoble, in arte Il volo, delle star mondiali. E, attenzione, sono solo all’inizio.

di Simonetta Trovato

È tutta una questione di numeri. A partire dal numero perfetto, che segna la nascita del loro trio. Poi gli altri: Ignazio e Gianluca avevano 14 anni (Piero era il più vecchio, ne aveva 16) quando li scoprì Michele Torpedine e li fece diventare Il Volo. E sono dieci gli anni di carriera che hanno compiuto l’anno scorso, celebrati con un disco. Adesso la loro età viaggia intorno al quarto di secolo, vestono tutti i toni del grigio, studiano e avviano tournée da cento concerti l’anno. Il tentativo di presentarsi come ragazzi della porta accanto resta sempre, ma noti subito che ognuno si è creato un personaggio che va praticamente a braccetto con gli altri due. Piero Barone da Naro, provincia di Agrigento, è l’intellettuale: studia studia studia, preferisce Bellini e gli manca il mare; Ignazio Boschetto, nato a Bologna ma in realtà marsalese fino all’ultima cellula, è liscio e trasparente come l’acqua, sguardo malandrino e tatuaggi un po’ ovunque. Gianluca Ginoble, da Montepagano, frazione di Roseto degli Abruzzi in provincia di Teramo, è il bello, ama Sharon Stone e Checco Zalone, e tra i tre, è baritono. Gli altri due sono tenori.

Alla vigilia di quel Festival di Sanremo che li ha visti trionfare nel 2015 e arrivare sul podio al terzo posto l’anno scorso (con contorno di polemiche sui giornalisti “bulli”, che non li hanno mai trattati bene) raccontano la loro incredibile carriera che si è mossa sul solco di quel genere oggi battezzato “Pop opera”. Odiato da critici e melomani, ma osannato dal pubblico. Carriera cominciata per caso, quando nel 2009, senza conoscersi l’uno con l’altro, si presentarono come solisti al talent show per bambini Ti lascio una canzone e per volontà del regista Roberto Cenci diventarono occasionalmente un trio. Sprovveduti e naïf come pochi, con pancette e improbabili pettinature. Ma c’è chi li vide già come una macchina da soldi, pensando alle comunità italo-americane d’Oltreoceano e cavalcando l’amore per il belcanto dell’Estremo Oriente. Un anno dopo firmavano un contratto da due milioni di euro con l’etichetta discografica statunitense Geffen Records. Oggi, sono una multinazionale che dà lavoro a trentacinque persone fisse, e un numero sconsiderato come indotto: finiti i tempi in cui i rispettivi genitori si alternavano alla guida del transfert o telefonavano per sapere se avevano mangiato, i ragazzi del Volo si muovono da professionisti e stanno per ripartire per gli States, tappa obbligata ogni anno, come la Cina e il Giappone, dove sono “venerati” con code lunghissime di fan alla fine di ogni concerto, in coda per un autografo e una foto.

Quest’anno, niente Sanremo. In compenso c’è il messinese Alberto Urso, anche lui tenore da Pop opera, a calcare quel palco che tanto successo e tante amarezze vi ha dato. Quando Urso qualche mese fa è stato attaccato da un dj a Radio 105 voi avete fatto l’ashtag #iostoconalberto.

“Siamo felici di fare quello che facciamo, anche se in dieci anni ci hanno detto, scritto, lanciato contro di tutto. A Sanremo, prima di Sanremo e dopo Sanremo. Se qualcuno segue la nostra scia, va benissimo. Noi abbiamo seguito quella di Pavarotti e Bocelli. Ma di certo non ce ne vergogniamo. Nessuno va trattato così. Nessuno. Qualunque genere faccia. Se non vuoi ascoltare un album, non farlo. Ma tienitelo per te. E porta rispetto”.

Soltanto Piero è riuscito a prendere il diploma in amministrazione e marketing, a 25 anni. 

“A Gianluca e Ignazio glielo faccio pesare appena posso: io sono diplomato e loro no – ride lui – se non fosse stato per mia sorella, non ce l’avrei fatta neanche io. Siamo sempre in giro, abbiamo saltato in toto gli anni del cinema con gli amici, delle ubriacature, della discoteca. Siamo diventati grandi subito”.

Suona leggermente malinconico. 

“Ho due amici che sono come fratelli, abbiamo le stesse abitudini e passioni uguali. Ognuno sa cosa succede all’altro, dalle stupidaggini alle cose serie”.

Gianluca e Ignazio, stesse convinzioni? Annuiscono. Probabilmente non hanno né la voglia né il tempo di chiederselo. 

“Studiamo parecchio, con i personal trainer che ci seguono: sostenere ogni sera due ore e mezzo di concerto, per cento appuntamenti ogni anno, non è facile. E chi lavora con noi va rispettato: la sera prima di uno spettacolo non andremo mai a fare un giro in go-kart o a ubriacarci, potremmo seriamente rovinare tutto”.

Voglia di buttare tutto all’aria, cambiare vita, smontarla e ricominciare da capo?

“La prima cosa che faccio arrivando a Naro è correre al mare. Ed è anche l’ultima, quando vado via – interviene Piero Barone -. Mi manca. In quel momento mi sento ancora piccolo”. “Però quest’anno siamo andati in vacanza in montagna” interviene Gianluca, l’abruzzese. “Ma noi due siamo e restiamo isolani – ride Ignazio che nonostante sia nato a Bologna, è marsalese di testa e di cuore -; veniamo tutti e tre da paesi piccoli, dove ci si conosceva tutti. Ma non possiamo dire che ci manca la quotidianità, in fondo non abbiamo fatto in tempo a conoscerla o capirla sul serio: le cose sono diventate troppo grandi e troppo in fretta”.

Riuscite comunque a ritagliarvi tempo insieme?

“Undici mesi l’anno, maledizione, siamo sempre insieme – è un coro a tre voci – e fortunatamente abbiamo un rapporto invidiabile tra noi, riusciamo a divertirci. In Australia eravamo in un hotel noiosissimo, ma siamo riusciti a inventarci talmente tanti scherzi che alla fine è intervenuta la sorveglianza”.

E i social lo hanno registrato, con i fan che seguivano dal vivo le scorribande nei corridoi… Se uno dei tre sbaglia sul palco, gli altri lo aiutano. Ma dietro le quinte, poi, cosa succede?

“Ci conosciamo talmente bene da non aver paura di confrontarci. Rivediamo i diversi momenti del concerto e li analizziamo. Possiamo dire che non discutiamo spesso, perché le energie negative e inutili le archiviamo come non necessarie. Ma siamo tre testoni, questo sì, e ognuno a suo modo”.

Piero è meticoloso, annota tutto nel suo diario, è famoso per i vocalizzi prima del concerto, abitudine che gli altri due aborriscono; Gianluca non ammette di fare errori in inglese, e prende in giro i due siciliani; Ignazio se la prende se gli dici che non sa guidare e continua ad aggiungere tatuaggi un po’ dappertutto. Il trucco per stare bene insieme?

“Non abituarsi, mai, sennò diventi, e diventa tutto, noioso. I ritmi della tournée sono estenuanti, fuori da ogni possibile visione umana, dobbiamo essere al massimo della forma. Ci trattano da atleti: ci seguono un nutrizionista, un pianista e il maestro di canto che ci costringe a mezz’ora sul tapis roulant mentre cantiamo. Secondo lui, soltanto così possiamo sopportare lo stress di cento concerti ogni anno, e arrivare alla fine delle oltre due sul palco, ancora con la voce piena e senza sforzi. Il ritmo è di un concerto ogni due giorni, ma spesso sono di più”.

Piero è quello degli elenchi… 

“Gianluca e Ignazio mi sfottono, dicono che è la mia lista della spesa, ma io seguo il metodo Torpedine (il manager che per primo intuì che quei tre ragazzini fuori moda, potevano diventare una fortuna) cioè, annoto ogni cosa. Poi alle riunioni loro due sbirciano e chiedono conferma di tutto”.

Tre ragazzi diversi due tenori e un baritono. Ma funzionate solo in trio.

Three voices and one soul: ne siamo consapevoli. Come sappiamo anche che, un giorno, uno di noi prenderà un’altra strada. Ma non è ancora il momento: siamo più maturi e più robusti, ci piace stare insieme. Ricordate come eravamo anni fa? Sfigatelli e paffutelli; Piero con le orecchie a sventola, Ignazio più cicciotto, Gianluca spaesato. Ora siamo consapevoli che dobbiamo affidarci agli altri: per lo stile, il modo di vestire”. “Chi si ricorda i miei occhiali rossi? – è Piero che irrompe – erano orrendi ma io ne ero fierissimo, poi me lo disse una ragazza…”.

Pop opera, lo chiamano così il vostro genere.

“Meglio dire crossover. Sono brani pop cantati con voce classica. Vi siete chiesti perché fino al 2005 il Volo cantava solo all’estero? Perché proponevamo e proponiamo le stesse canzoni che cantavano venti anni fa Pavarotti e Bocelli, anche loro sempre fuori dall’Italia. Esportavamo, e continuiamo a farlo, quello che è stato scritto duecento anni fa: O sole mio qui è noiosa, in America non possiamo chiudere un concerto senza averla interpretata. ”.

Dopo il 2005 che cosa è successo?

“Ci siamo guardati in faccia e abbiamo iniziato a scegliere pezzi diversi, validi non solo all’estero ma da Bolzano a Taormina (dove ritorneranno anche questa estate, al Teatro Antico, e un mese fa hanno raddoppiato la data visto che la prima serata, il 4 settembre, è già esaurita, ndr.), brani che la nostra generazione non conosce e che scopre con noi. Le nonne li ricordano, le ragazzine li amano. Da My Way agli evergreen americani: The best of 10 Years è uscito in varie versioni, una realizzata ad hoc per il mercato latino e una per quello giapponese”.

Un passo avanti. Chi dei tre compone? 

“Io sono consapevole che non so farlo, ma suono il piano da sempre – risponde Piero Barone -. Ignazio scrive ma non sono canzoni adatte al Volo. Gianluca …, forse un giorno”. Tra i tre, proprio Piero allunga il collo verso l’opera lirica. “Ci vogliono tempo e preparazione, e rispetto di chi studia come me. Certo, non sarebbe un problema trovare un teatro, figurati, “canta Piero del Volo!” mi farebbero debuttare subito. Ma io non mi sento ancora pronto: amo i compositori francesi, adoro il Werther, i protagonisti di Bellini”.

E se un giorno ci sarà un debutto? 

“Sono siciliano. Sarà Cavalleria Rusticana”.