La tonnara non è solo un elaborato sistema di reti poste in acqua, ma soprattutto una grande organizzazione di mezzi e uomini guidati da una figura dalle connotazioni quasi mitologiche, il Rais.

di Salvatore Savoia

Il mondo delle tonnare, fra le tante grandi storie di Sicilia, è probabilmente quello che non smette di incantare viaggiatori e cultori del mito, sia per le suggestioni che per l’eco di grandezze sopite che evoca. La pesca del tonno era iniziata nel Mediterraneo molte migliaia di anni fa, ma solo durante la dominazione araba venne ideato il complesso sistema delle tonnare con il quale si riuscivano a intercettare i banchi di tonni che giungono sulle coste siciliane per depositarvi le uova.

La tonnara non è solo un elaborato sistema di reti poste in acqua, ma soprattutto una grande organizzazione di mezzi e uomini guidati da una figura dalle connotazioni quasi mitologiche, il Rais. A primavera veniva messo in attività l’impianto a riva, il marfaraggio, un sistema di alloggi per decine di pescatori, magazzini per la pulitura e la lavorazione del pesce, depositi per il sale, case per i gabelloti ma anche residenza per le famiglie proprietarie: un rituale stagionale che mobilitava i villaggi sulla costa secondo rituali antichissimi. Tra il XVIII e il XIX secolo i marfaraggi vennero ingranditi comprendendo anche una parte della lavorazione del tonno, mentre le case dei proprietari iniziavano a somigliare a residenze signorili.

Il livello più alto di produttività delle tonnare fu raggiunto nell’Ottocento, quando anche la famiglia Florio ne acquisì un buon numero. A loro si deve la riorganizzazione del sistema di pesca con l’ottimizzazione del ciclo produttivo, dalla pesca alla vendita del tonno sott’olio in scatola: un’idea che si rivelò rivoluzionaria.

Il barchereccio, affidato a maestranze del luogo, comprendeva vari tipi di battelli, muciare, chiatte e scieri, speciali barche di oltre venti metri, a bordo delle quali i tonnaroti uccidevano il pesce. I tonnaroti usavano attrezzi dai nomi ormai dimenticati: asteri, pitteri, muscaioli, cerchi e mmenzu, arpioni speciali costruiti sulla base di forme e tradizioni secolari. Emblematica è la storia della tonnara di Favignana, “la regina delle tonnare siciliane e una delle più ricche del Mediterraneo”, venduta dalla corona di Spagna insieme alle stesse isole vicine di Levanzo e Marettimo al genovese Camillo Pallavicino nel XVII secolo. Antichi documenti parlano di numeri incredibili di tonni catturati: oltre 14 mila nel 1865, poco prima che la famiglia Florio rilevasse lo stabilimento e costruisse una vera rete industriale legata alla pesca che contribuì non poco alla fortuna industriale della famiglia. Una tonnara magnifica e grandiosa, con stabilimenti belli e possenti, e l’ultima ad aver calato le reti, nel 2007. L’importanza economica delle tonnare, ovviamente, nei secoli d’oro non poteva che suscitare l’attenzione della Corona: il Marchese di Villabianca nel XVIII secolo ricorda i molti doni (le gravitie) che venivano imposti a carico dei proprietari delle tonnare, a beneficio soprattutto di chiese e monasteri. Solo la tonnara di Solanto doveva corrispondere “all’arcivescovo et canonici di Palermo la integra decima di tutti li pisci che prendino dette tonnare”.

Pur essendone rimasto intatto nell’immaginario collettivo il fascino, è evidente che quel mondo non poteva reggere alle modificazioni della società: il sistema delle tonnare iniziò a essere sempre meno conveniente per la diminuzione del numero dei tonni, ma anche per l’inquinamento del mare e per la prevalenza di sistemi di pesca industriale che intercettavano i banchi di tonni assai prima che questi si avvicinassero alle coste. Nuovi sistemi del resto andavano sviluppandosi in tutt’Europa: in Francia si realizzarono dei posti di guardia elevati che segnalavano l’arrivo dei banchi e la direzione nella quale procedeva la formazione, dandone notizia ai battelli che li circondavano a cerchio e li spingevano a terra. La crisi si aggravò quando il Mediterraneo si trasformò in campo di battaglia: le mine e i sommergibili facevano fuggire il pesce, alterando definitivamente un equilibrio basato sul silenzio. E così anche quando i mari tornarono sicuri, furono le barche a motore e gli aliscafi a incidere in maniera definitiva sulla conclusione di una storia millenaria.

Si ricorda ancor oggi l’appello di qualche Rais che proponeva che nel periodo del passaggio dei tonni gli aliscafi e le imbarcazioni cambiassero rotta, per non disturbare l’avanzare del “grande pesce”: un’idea struggente ma impraticabile: voci fuori dalla storia, che si riconducevano agli antichi sacrifici fatti in favore delle divinità del mare (nel mondo greco il primo tonno pescato si donava a Poseidone) cui seguirono poi, in epoca cristiana, le preghiere alla Vergine o a San Pietro per impetrare il buon esito della mattanza.  Ed era il Rais personalmente che dava inizio alla mattanza con un grido “… nu Patri Nostru a San Petru chi pria u Signuri ppi na bbundanti pisca”, cui  seguiva la risposta di tutti i tonnaroti :”Chi lu faccia”.