Nino Santoro, il suo, lo voleva perfetto, meglio di quello del bar. Allora, un po’ per gioco e un po’ per passione ha deciso di inventare la sua moka. Risultato: è nata una caffettiera unica e innovativa. Che sta cambiando la sua vita.

di Claudia Cecilia Pessina

Un caffè perfetto. Color nocciola luminoso. Denso. Cremoso. Che ti lascia quel piacevole gusto amaro sul palato. Che poi non lo vuoi rovinare con altri sapori. Qualche volta lo trovi al bar. Non sempre. Per farlo a casa non basta la miscela giusta. Ci vuole la caffettiera adatta. È stata questa la grande fatica di Nino Santoro, che per anni era stato servito dalla fedelissima moka in alluminio. Vecchia, ammaccata. Ma il caffè usciva una delizia. Poi un giorno riceve una telefonata. Esce dimenticandosela sul fuoco. Fine del caffè perfetto. E inizio della tribolazione. “Le ho provate tutte, caffettiere costosissime e macchine per espresso ultra-moderne e ultra-sofisticate, ma nessuna riusciva a darmi il risultavo sperato”.

Nino è un vero appassionato del caffè. Da quando lavorava in autogrill a venti anni e lo beveva per tenersi sveglio nei turni di notte, ha sempre tenuto a puntare in alto sulla qualità della preparazione. Ma anche della materia prima. Predilige infatti il caffè sfuso, perché cialde e capsule, a suo giudizio, non danno la possibilità di personalizzare il prodotto finale. A pungolarlo sempre la stessa domanda: “Ma possibile che sul fornello di casa, a costo minimo e senza spreco di elettricità, non si possa fare un buon caffè? Ora me la costruisco da me”.

Detto fatto, allestisce un piccolo laboratorio con saldatrice, bombole del gas, trapano e smerigliatrice sull’ampia terrazza di casa a Santa Teresa Riva, in provincia di Messina. Vista mare. Aveva delle caffettiere in acciaio, tutte marche conosciute. “Erano in vetrina solo per bellezza, perché le moka in acciaio con il caffè ci litigano – sentenzia Nino – ma per quello che dovevo fare andavano benissimo. Il rapido scambio di calore, infatti, è ideale per ottenere il caffè espresso, cioè pronto in una manciata di secondi”.

Inizia la lunga fase di sperimentazione. Nei ritagli di tempo. Quando non lavora nell’impresa di famiglia, che produce un apparecchio elettromeccanico utilizzato per trasferire i carrelli tra i vari piani dei supermercati, il conveyor. Anche questo una sua invenzione. Brevettato nel 1996 e installato un po’ in tutta Italia. Ma il richiamo del caffè ideale, quello con la crema che riflette la luce come uno specchio, è forte. Smonta, incastra, avvita, svita, stringi, taglia, salda, rimonta. Assaggia. E ripeti, ripeti cento, mille volte. Assaggia. Fai assaggiare. E riprova. A sorreggere Nino ci sono tre forze. La tenacia. La pazienza. E lo sguardo del padre. Che segue senza interferire gli esperimenti. In silenzio, lo incoraggia a non mollare. Sì, a non mollare. Perché momenti in cui tutto si confonde e non si sa più da che parte andare ce ne sono stati. Due punti erano chiari e imprescindibili. La caffettiera doveva lavorare a pressioni basse, massimo quattro-cinque atmosfere per non essere pericolosa in cucina. La polvere, macinata più grossa rispetto a quella del bar, doveva essere attraversata dall’acqua col favore della gravità, quindi al contrario della moka, dove l’acqua per salire deve bollire e l’alta temperatura distrugge i preziosi oli che i granelli del caffè hanno sulla superficie.

“In tutte le fasi sperimentali – ammette Nino – gli studi tecnici da perito meccanico sono stati fondamentali. Sono certo che se non avessi avuto la conoscenza della termodinamica non avrei mai potuto portare a termine il mio folle progetto”. Dopo mesi di tentativi, un’esplosione in cui rimane incolume e tante fasi di stallo, ecco il momento magico. “Erano le 15.15 del 17 dicembre 1998, un giovedì – ricorda Nino con precisione – e mi rimaneva poco più di un’ora di luce, ma non volevo rimandare tutto all’indomani. Dovevo agire subito, altrimenti quella notte non avrei dormito. Avevo intuito come doveva essere il cuore della mia caffettiera. Elimino una valvola, sostituisco con una banale applicazione al corpo della caffettiera. E realizzo quello che oggi si chiama Sistema Kamira”. Tornato in cucina, è il momento della verità. Il caffè esce come si aspetta: più velocemente, color nocciola a cerchi alternati chiari e scuri, crema carica di aroma e gusto intenso sul palato. Nasce così il primo prototipo di una specie di moka rovesciata dal design nel contempo vintage e futuristico. La base su cui poggia la tazzina funge da caldaia, dove l’acqua viene scaldata salendo poi per un tubo curvo che serve anche da impugnatura. Sette grammi di miscela a porzione. Tempo di attesa dai 30 ai 90 secondi. Temperatura controllata in tempo reale. Non supera mai i 90 gradi: solo così l’acqua accarezza gli oli del caffè trasformandoli in crema. E il gusto ti rimane lì sulle papille gustative anche un’ora. Il vero caffè ristretto all’italiana.

All’inizio la caffettiera è a uso personale. “Mi sentivo già appagato avendone una a casa e una in officina. Una vittoria che valeva una vita, al di là di ogni successo commerciale a cui allora non pensavo neanche lontanamente”. All’epoca la famiglia Santoro viveva lavorando l’acciaio e il ferro per l’edilizia. Ben presto, però, constatò che le caffettiere erano sempre in funzione e tutti ne volevano una, così, pressato da quelle sollecitazioni, cominciò a maturare l’idea di produrla, e insieme con i figli Onofrio, Virginia ed Enrico iniziò la ricerca per renderla esteticamente più bella e tecnicamente realizzabile in serie. Poi, nel 2008, la congiuntura storica cambia e subentra la crisi economica. I Santoro sono pronti a trasformare la difficoltà in un’opportunità e dopo tutto quel lento periodo di incubazione arriva l’accelerazione: “E se quest’invenzione diventasse un business?” Pronti via. La caffettiera viene battezzata con il nome di “Kamira”, dall’unione di “kave”, la parola turca per caffè, e “amira”, principessa in arabo. E nel 2012 decidono di occuparsi solo della produzione della caffettiera. “Titolata di tre brevetti – afferma con orgoglio Nino – Kamira è davvero innovativa e ha tanti vantaggi. È ecologica, economica, compatta. Al suo interno non ci sono valvole, molle, guarnizioni perciò non è soggetta a guasti. È un oggetto di design, personalizzabile con incisioni a piacere e funziona su qualsiasi fonte di calore, dal gas all’induzione, al ferro da stiro rovesciato, in assenza di gas. È semplice e indistruttibile”.

Si tratta di un prodotto interamente made in Italy, il cui assemblaggio e saldatura sono realizzati in maniera semi automatica e manuale. Non sembra ma quel chilogrammo di acciaio richiede circa 150 fasi di lavorazione. Attualmente escono dall’officina 80-90 pezzi al giorno, per ognuno dei quali occorrono 40-45 minuti di lavorazione. “Siamo una squadra di otto persone. Stiamo cercando di diminuire i tempi, ma piano piano, senza passi falsi e affrettati”.

Le potenzialità di sviluppo, di fatto,  sono imprevedibili. Sapendo che il caffè è, per volumi, il secondo prodotto al mondo dopo il petrolio. E l’espresso italiano è sempre più richiesto. Perciò vale la pena darsi da fare, soprattutto sotto il profilo commerciale. Partendo da piccoli negozi e rivenditori locali, fiere e mercatini, già oggi, grazie all’e-commerce, la Kamira da Santa Teresa di Riva, a due passi da Taormina, viene spedita in ogni angolo del mondo. Ci sono clienti entusiasti in Germania e Inghilterra, ma anche in Australia e Giappone. “Siamo una specie di Davide contro i Golia del settore – sottolinea Nino -. Razionalmente, pensare di entrare nel mercato del caffè, guidato da multinazionali con grandi capitali, laboratori ed esperti, era pura follia. Ma le mie azioni erano motivate dal cuore. Senza saperlo avevo un grande vantaggio: all’oscuro di ciò che si doveva fare, un po’ incosciente, non subivo l’influenza dello stato dell’arte”. Il suo motto, una frase di Albert Einstein, giovane impiegato all’ufficio brevetti di Berna: “Una cosa è impossibile da inventare fino a quando non arriva uno che non lo sa e la inventa”.

Nino Santoro