Le antiche sementi autoctone siciliane sono al centro degli appetiti delle multinazionali. Agricoltori, pastifici e molini si sono uniti per difendere e tutelare prodotti unici nel panorama agricolo. Una ricchezza da difendere.

di Guido Fiorito

I grani antichi siciliani, gioielli del settore agroalimentare siciliano, fanno gola ai grossi gruppi nazionali e internazionali. Il caso del senatore Cappelli, coltivato in Sicilia e in altre regioni, lancia un allarme. Questa varietà è finita legalmente nel monopolio della Società italiana sementi (Sis) con sistemi commerciali che sono stati puniti dall’Autorità generale della concorrenza e del mercato, ovvero l’Antitrust. Il cultivar del Cappelli è nato in Puglia, dove fu selezionato dal genetista Nazzareno Stampelli all’inizio del Novecento, ed è diffuso soltanto nell’Italia meridionale. Eppure per quindici anni, a partire dal 2016, l’esclusiva della produzione e della vendita a terzi di questo seme è stata data dallo Stato a una società per azioni emiliana, appunto la Sis, il più grande gruppo agroalimentare nazionale: 36 milioni di fatturato nel 2018.

Tre mesi fa l’Antitrust ha multato per 150 mila euro la Sis ritenendola colpevole di aver monopolizzato l’intera filiera. Racconta Ettore Pottino, proprietario della azienda Monaco di Mezzo e presidente regionale di Confagricoltura, parte civile nel procedimento: “A un certo punto ho dovuto rinunciare a produrre la pasta con il grano duro Cappelli con le mie sementi. Il titolare del mulino cui mi rivolgo mi ha detto che avremmo rischiato l’accusa di frode perché le sementi non erano certificate dal Sis ma prodotte nei miei campi. Una vera e propria colonizzazione”.

Il testo del provvedimento dell’Antitrust (58 cartelle) sostiene che la Sis chiedesse in cambio delle sementi il raccolto agli agricoltori, che rifiutasse in modo giudicato ingiustificato forniture di sementi, in particolare agli agricoltori di Confagricoltura, e che avesse stabilito aumenti dei prezzi che la sentenza ha ritenuto esagerati. “Una multa di 150.000 euro, il massimo che poteva essere dato – dice Pottino – su un giro di milioni non basta per punire chi ha usato un bene pubblico in modo improprio”.

La Sicilia è il primo produttore di prodotti biologici tra le regioni italiane. Il grano Cappelli si presta al biologico, perché, spiega Pottino “è il miglior rappresentante di un’agricoltura preindustriale senza diserbanti e concimi chimici. La pianta è più alta e questo fa sì che sia meno preda delle erbe infestanti. Una volta si produceva pasta integrale che aveva un sapore particolare che non a tutti piaceva. La semola prodotta dal Cappelli è dolcissima e ha avuto successo”.

Quello che è successo per il senatore Cappelli, può ripetersi per una varietà di grano duro siciliano? I tentativi ci sono stati. Uno riguarda una società veronese che ha registrato il marchio di tre grani duri siciliani: il Timilia o Tumminia, il Majorca e lo Strazzavisazzi. Poi, due anni fa, ha inviato lettere agli agricoltori siciliani diffidandoli a usare il nome Timilia per i loro prodotti. In ballo un gioiello dei grani antichi siciliani, ormai popolare, usato storicamente per il pane nero di Castelvetrano e oggi anche per pasta, farina per pizze o per aromatizzare birre. Dopo le proteste, le richieste sono state ritirate. Un anno fa l’associazione siciliana Simenza, fondato a Raddusa da Giuseppe Li Rosi, ha affermato che ci fosse un interesse canadese per i grani antichi siciliani. La Kamut Enterprise, società canadese proprietaria del marchio Kamut, aveva organizzato a Bologna un importante convegno internazionale sui grani duri. E il Perciasacchi siciliano è molto simile al Kamut.

In effetti, secondo  la Regione, la privatizzazione di un grano antico siciliano non è possibile. Dario Cartabellotta, dirigente generale dell’assessorato regionale Agricoltura, ricorda che la legge di tutela e valorizzazione sul Born in Sicily, che nel 2013 firmò da assessore, “tutela in sede nazionale e internazionale tutto ciò che la natura ha creato in Sicilia”. “Inoltre – continua – grazie alla Commissione tecnico-scientifica di valutazione delle richieste di iscrizione al Registro nazionale delle sementi, è stato possibile  riattivare i processi di iscrizione e certificazione per le varietà autoctone siciliane, in particolare per la valorizzazione dei grani antichi. Abbiamo dato alle nostre aziende la possibilità di commercializzare i grani siciliani e i prodotti ottenuti dalla loro trasformazione, garantendo il consumatore sulla tracciabilità e le qualità organolettiche”.

Attraverso gli agricoltori custodi, previsti dalla legge, sono stati conservati i semi dei grani antichi siciliani e ventotto varietà sono state iscritte nel registro nazionale, tra cui Bidì, Maiorca, Perciasacchi, Russello, Russello ibleo, Timilia. La coltivazione dei grani duri siciliani interessa tre-cinquemila ettari sui trecentomila coltivati a grano in Sicilia. “Una produzione di qualità tutelata, che non avrebbe senso estendere oltre i 15.000 ettari”, dice Cartabellotta.

C’è chi paventa ancora qualche rischio. “Il sistema di repressione delle frodi – dice Li Rosi – non ha personale sufficiente e c’è chi mette un etichetta di un grano antico in quello che è un miscuglio. Un altro pericolo viene dalla genetica. Ci sono gruppi fuori dalla Sicilia che sono riusciti a raccogliere il patrimonio genetico dei grani antichi siciliani e potrebbero da questi geni ricavare nuove varietà da piantare fuori Sicilia, soprattutto per il settore biologico. Anche se la qualità di ciò che viene prodotto dalla nostra terra è superiore. In Sicilia, comunque, pur tra tante difficoltà, sta nascendo un gruppo di agricoltori e allevatori che sta puntando sulla biodiversità siciliana, la nostra ricchezza”.

I produttori chiedono chiarezza. “Per evitare le frodi – dice Vincenzo Agosta, uno dei soci del Feudo Mondello, pastificio specializzato in  grani antichi siciliani – c’è bisogno di una certificazione ulteriore, per esempio facendo controlli genetici sui prodotti nei panifici, nei molini, nei pastifici”. È possibile? Nello Blangiforti, uno dei massimi esperti di grani siciliani, della Stazione consorziale sperimentale di granicoltura per la Sicilia di Caltagirone è impegnato proprio in questo. “Abbiamo mappato il profilo genetico di metà dei grani antichi siciliani – dice – e stiamo andando avanti ma poi bisogna arrivare a mettere a punto dei test che siano precisi e c’è il problema di sostenere i costi. Oggi i controlli sono soprattutto documentali, perché ogni passaggio, dai semi fino alla pasta, è certificato. La soluzione sarà nei test genetici all’interno di un consorzio che garantisca la qualità e la natura del prodotto”.

Intanto, il successo di questi grani sul mercato provoca anche invidie. “I detrattori, per togliere credibilità – dice Blangiforti – mettono in giro false notizie. Per esempio, che sono sicuri per i celiaci o che sono anticancro. Invece la forza di questi grani è ambientale, perché sanno prendere il meglio dai nostri terreni, sono adatti al biologico e fanno parte della nostra tradizione. Non sono miracolosi ma buoni”.