Un folto gruppo di artisti siciliani sta realizzando opere d’arte in piena rottura con la tradizione e con l’immobilità dell’oggetto. E dove conta la percezione tattile, acustica e a volte persino olfattiva. Ecco gli artefici di questi innovativi scenari.

di Marcello Carriero

 La recente mostra di Gisella Chaudry all’Officina Contemporanea di Torino porta alla ribalta una delle giovani scultrici palermitane che è da considerarsi riferimento di un folto gruppo di artisti che dalla Sicilia portano avanti un’idea di scultura che rompe e scardina la tradizione. Opere dove è del tutto assente l’impostazione che prevede l’immobilità dell’oggetto, mentre è assai importante l’organizzazione degli elementi in strutture permeabili alla totalità dei sensi ovvero aperte a una percezione tattile, acustica e persino olfattiva. Un gruppo di giovani artisti che nell’anno appena trascorso si è fatto avanti in importanti sedi italiane e internazionali. Parlando di scultura oggi ci troviamo innanzi alle declinazioni contemporanee dell’installazione, del video, dell’azione performativa, ci troviamo immersi in composizioni dislocate nello spazio e organizzate secondo un’accurata disseminazione, rette da un allestimento unitario, oppure progettate come interventi architettonici. Gli artisti che si sono mossi da Palermo usano infatti i materiali più disparati, spesso di recupero, per approntare vari linguaggi espressivi.

Giacomo Rizzo (Palermo, 1977), per esempio, è partito della superficie della scultura considerandola un confine tra volume plastico e spazio pubblico. Nella sua ultima mostra al Mana Contemporary Museum (Jersey City), tra agosto e settembre scorsi, Rizzo utilizza un conglomerato informale intreccio di scarti e ramificazioni che è il risultato finale di una ricerca intitolata Where is your nature? Girovagando per le strade di Brooklyn e nel Central Park a Manhattan, Rizzo ha trovato i materiali per le sue sculture tra i rifiuti. Inglobando questi scarti nel bolo plastico si è concentrato sul confine tra spontaneità della natura e preordinazione dell’artificio umano. In una conferenza tenuta il 6 settembre 2019 alle Nazioni Unite, ha parlato del ruolo delle arti nell’accelerazione e implementazione dell’Agenda 2030 sull’ambiente.  L’attenzione verso il pianeta costituisce per lui la base di una prospettiva radicalmente “umanista” che vuole preservare la specie umana, considerandola un valore in sé.

Altri artisti come Daniele Franzella (Palermo, 1978) si rivolgono alla rimodulazione del rapporto tra passato e presente ragionando sulle zone di conflitto tra vicende private e grandi quadri storici. Franzella, nello specifico, è un raffinato padrone delle tecniche artistiche e le utilizza per racchiudere nella forma un significato estrapolato dall’indagine sul documento storico. Manipola le suggestioni offerte da immagini della memoria collettiva assemblandole in percorsi psichici privati che vanno a sostituire la grande narrazione dei fatti storici. Il racconto autobiografico è la radice comune del lavoro di molti giovani scultori palermitani anche quando assume il carattere di una ricerca delle comuni radici culturali dell’uomo.

Michele Tiberio (Palermo, 1987) recuperando le tracce del passato, senza cadere nella citazione, riattiva un dialogo con un mondo arcaico. Nella sua Indivisibile sei dall’ombra, a meno che di notte, a meno che sott’acqua, esposta alla Fondazione Merz di Torino nel giugno del 2019, Tiberio parte dalla suggestione letteraria del romanzo di Melville Moby Dyck per dar forma a uno strumento di misurazione del tempo, un orologio solare, col quale rinnovare il patto atavico tra uomo e cosmo.

La Gonna di Raffaele Milazzo (Palermo, 1991) è un drappeggio che s’apre come una tenda di broccato grigio e blu, elegante spazio femmineo inondato di profumi fortissimi che creano una sorta di ricovero stordente. Raffaele fa parte del gruppo dei più giovani artisti che s’è formato al biennio di scultura dell’Accademia di Belle arti di Palermo. Punta sull’animazione dell’elemento plastico e crea un contesto, evitando ogni carattere assertivo della scultura tradizionale. Assistendo alla performance dal titolo Controllo del corpo ideata da Paolo Grassino, loro docente all’Accademia, si capisce quanto sia importante il legame tra persone e modi nuovi di intendere la scultura. È questo un atteggiamento puramente anti-monumentale comune a molta scultura contemporanea che non vuole imporsi, ma piuttosto fra-porsi tra ordinario flusso della vita e straordinaria sintesi dell’opera.

Con la mostra al Castello di Rivara, in provincia di Torino, nel novembre 2018 Raffaele Milazzo, insieme a Chiara Gullo, Gisella Chaudry e Germain Ortolani hanno portato questa idea di scultura nel cuore del mondo dell’arte. Chiara Gullo (Palermo, 1991) propone come alternativa al mondo degli oggetti opere sonore come quella intitolata Preludio, che sono un viatico verso esperienze intime. Coinvolgendo il pubblico in personali ossessioni, avvia una critica feroce degli stereotipi della cultura occidentale, a cominciare dalle contraddizioni della retorica della forma. Gli oggetti, secondo la Gullo, prelevati dalla vita reale come ready made, hanno di per sé un portato simbolico che può essere contraddetto con l’azione manipolativa dell’artista in modo da rivoluzionare il significato.  Quasi si trattasse di reperti, le sculture di Germain Ortolani (Nizza, 1991) ripensano all’architettura sottoponendola a una fragilità neutrale che prescinde dalla tradizione romantica del rudere per abbracciare la logica del trauma. Le sculture di Ortolani rappresentano sovente la precarietà di esistenze anonime, in pratica vuoti recinti da contemplare e non invitanti prodotti da utilizzare. E anche le linee rigide del modernismo, le geometrie risolutive di un progetto latente e astratto restano aperte, generano mobilità.

Così, le opere basculanti di Gisella Chaudry (Palermo, 1989) sono ordigni che tramutano l’immaginario singolare in universali soluzioni fantastiche. Particolari allusivi come le vele di una barca portano a ragionare sul transito delle culture, un nomadismo culturale che necessita più di essere condiviso che celebrato in una patria.  Una genuina consapevolezza di una vitalità ha portato questo gruppo a rigenerare la scultura evitando la teatralità o la deriva scenografica. La scultura è per loro più che un confronto tra l’abilità manipolativa e la materia riluttante, la ricerca di una possibile relazione con il mondo, non soltanto un ragionamento sul rapporto tra l’oggetto e lo spazio circostante. L’installazione è un assemblaggio di elementi simbolici e non una disseminazione di piacevoli ninnoli d’arredamento, è la redazione di un diario privato, dove l’appunto intimo si intreccia a suggestioni letterarie e dove singole scelte incontrano ambiziosi traguardi. Insomma, un documento che ci aiuta a conoscere sia le inevitabili difficoltà di una giovane generazione, sia la lucida pianificazione con cui, con tenacia, porta avanti il suo lavoro.