Un itinerario a Palermo sulle tracce di una lunga e memorabile impresa.

di Michele Anselmi

La statua di Vincenzo Florio Senior al Foro Italico

Verso il limite meridionale di quella che fu la nobile passeggiata a mare, a pochi metri da Porta dei Greci, sorge il monumento a Vincenzo Florio. Con questo monumento, realizzato da Vincenzo D’Amore e inaugurato nel 1875,  la Città di Palermo consegnava alla memoria pubblica il ricordo di un uomo che già  in vita era entrato nel mito. Il Briareo siciliano, il gigante dalle cento mani, era stato chiamato per la sua straordinaria capacità di fare, di sviluppare economia cogliendo tutte le opportunità che i grandi cambiamenti tecnologici, politici e sociali dei suoi tempi gli offrivano.  Ammirato per le sue qualità imprenditoriali, invidiato per il suo successo, detestato per il suo carattere ruvido e il suo spirito venale, Vincenzo Florio se ne sta lì, sull’alto basamento decorato dai simboli delle sue tante attività, e tra ruote dentate, ancore e serpentelli d’Esculapio, con sguardo severo, sembra ammonire i suoi concittadini che sì, anche in Sicilia è possibile creare ricchezza, ma sapendo guardare lontano e lavorando sodo, e non continuando a farsi scarrozzare fino a tardi nelle notti dolci di musica, galanterie e lievi aliti marini.

Il palazzo della Gran Guardia a Piazza Marina

Costruito nel 1785 per ospitare il corpo delle guardie del carcere popolare della Vicaria, svolse questa funzione fino al 1842, anno in cui la Vicaria chiuse i battenti e i prigionieri vennero trasferiti al nuovo carcere borbonico dell’Ucciardone. Nel 1860 viene acquistato da Vincenzo Florio che lo ristrutturò destinandolo a sede della sua società per la navigazione a vapore “Piroscafi postali di Ignazio & Vincenzo Florio & C”.

Nel 1881 con la costituzione della NGI (Navigazione Generale Italiana), la grande società di navigazione sorta dall’unificazione delle due flotte Florio di Palermo e Rubattino di Genova, questo palazzo divenne la sede palermitana della società e tale rimase fino a metà degli anni ‘30 quando la società venne messa in liquidazione e la sua flotta acquisita in parte dalla nuova società statale Tirrenia. Ma quando ciò accadde, i Florio erano già da tempo fuori dai giochi.

Piazza San Giacomo la Marina

È qui, da questa piccola e antica piazzetta d’impianto medievale, che comincia l’avventura siciliana dei Florio. Fuggendo dal terremoto e dalla guerra, è qui che nel 1799 si stabilisce la piccola famiglia Florio, dopo aver lasciato Bagnara Calabra, il paese d’origine. Questa piazzetta con le vie circostanti era infatti luogo tradizionale d’insediamento della colonia calabrese a Palermo. Una tradizione antica che affondava le sue radici nel medioevo e che fu verosimilmente favorita dalla vicina presenza della chiesa di San Pietro la Bagnara, luogo di culto e gancia che i conquistatori normanni avevano assegnato all’Abbazia di Santa Maria e dei Dodici Apostoli di Bagnara Calabra e che era diventato il punto di riferimento dei calabresi a Palermo.  Qui dunque i Florio presero casa, aprirono bottega, e con il tempo acquisirono la proprietà di diversi immobili a uso commerciale, abitativo o per investimento immobiliare. Qui, all’angolo con la via Materassai, si apriva la famosa drogheria con la grande insegna che evocava i paesaggi esotici e i mondi lontani da cui provenivano le merci in vendita: zucchero, caffè, pepe e altri generi coloniali. Tra questi il cortice, la polvere ricca di chinino, cui allude l’insegna con il famoso leone in primo piano, che si disseta nel ruscello che scorrendo tra gli alberi di china si arricchisce di proprietà terapeutiche contro le febbri malariche.

Il negozio di ceramiche Florio

Quando i Florio si stabilirono a Palermo, la piazzetta di San Giacomo aveva un aspetto più raccolto che mantenne ancora per diversi decenni. Accanto alla chiesa di Santa Maria la Nova, a chiudere il fronte orientale della piazza, sorgeva infatti la chiesa medievale di San Giacomo da cui la stessa piazza ha preso il nome. Nel 1860, nel corso del bombardamento borbonico, la chiesa venne gravemente danneggiata e successivamente fu demolita. Al suo posto, fu allargata la strada verso la Cala e costruito un palazzo ancora oggi esistente.

In questo palazzo, ciò che attira l’attenzione è un bassorilievo sulla parte bassa della facciata che guarda la piazza. Raffigura un leone, non più però febbricitante chino a bere, come quello che aveva campeggiato nell’insegna della bottega Florio sul fronte opposto della piazza, ma un leone, ormai risanato, che ruggisce imperioso alla savana. Era l’insegna del negozio di ceramiche Florio che qui fu aperto all’inizio del Novecento come punto vendita dei prodotti della fabbrica di ceramiche dell’Olivuzza, creata da Ignazio Florio sr nei primi anni ‘80. L’obiettivo iniziale di questa nuova attività industriale sembra fosse quello di  sostituire i prodotti della Richard Ginori nella dotazione delle navi della sua compagnia NGI. Successivamente la produzione fu diversificata per raggiungere una clientela più vasta e il giovane Ignazio jr. decise di aprire questo negozio. La fabbrica di ceramiche restò in attività sotto il controllo dei Florio fino alla prima Guerra mondiale, quando il prezzo del carbone schizzò alle stelle e rese impossibile continuare la produzione.

Casa di via Materassai

A giudicare dall’attuale stato di desolazione si stenta a credere che questa strada sia stata un tempo così viva di commerci e di attività artigiane, e soprattutto che qui abbiano abitato alcuni fra gli imprenditori di maggior successo, e tra i più ricchi che la storia economica della Sicilia ricordi. Nei primi decenni dell’Ottocento qui abitavano infatti, a pochi metri di distanza fra loro, John Woodhouse, Benjamin Ingham, e i Florio.  Al numero 51 di via Materassai, sorge la casa che Vincenzo Florio acquistò per sé e la madre e dove visse a partire dal 1835 fino a pochi mesi prima della sua morte avvenuta nel 1868. Nei primi cinque anni Vincenzo visse in questa grande casa solo con sua madre, e dal 1840 in poi anche con la sua nuova famiglia, la moglie Giulia Portalupi e i tre figli da lei avuti. Dopo il trasferimento della famiglia nella grande villa all’Olivuzza nel 1868, questo palazzo rimase tuttavia la sede centrale di Casa Florio a cui facevano capo tutte le attività imprenditoriali dei Florio e l’indirizzo di via Materassai, 51 rimase per circa 80 anni uno dei più importanti del mondo degli affari a Palermo.

Qui ebbe sede anche il Banco Florio e qui nel 1893 andò in scena il primo dramma finanziario con il primo serio smottamento patrimoniale legato al fallimento del Credito Mobiliare.

La statua di Ignazio Florio Senior

La statua posta al centro dell’omonima piazza è opera di Benedetto Civiletti e fu eretta nel 1897, a sei anni dalla morte che colse l’imprenditore poco più che cinquantenne lasciando la sua famiglia e le sue aziende prive di una guida autorevole e di un riferimento sicuro. Per questo il cordoglio fu vasto, profondo e sincero.  Con Ignazio la fortuna dei Florio raggiunse il suo apice. Come il padre egli ebbe ottime doti imprenditoriali, ma un carattere più amabile. Il suo sguardo sulla gestione aziendale era però diverso da quello del genitore. Se Vincenzo aveva guardato soprattutto all’innovazione e all’efficienza degli esercizi economici, Ignazio si concentrerà in particolare sul consolidamento patrimoniale. Da qui i grandi acquisti immobiliari: ville, feudi miniere, tonnare. Portò avanti i settori tradizionali della sua casa, trascurando però le attività commerciali e concentrando la sua azione soprattutto sulla navigazione, con la creazione della grande compagnia Navigazione Generale Italiana. Questa specializzazione settoriale si riflette nella decorazione simbolica del basamento e della cancellata artistica che circonda il monumento. Tra ancore, tritoni e gomene non c’è più spazio per altri riferimenti che non siano ai trasporti marittimi.

La reggia dell’Olivuzza

 Quando i Florio si trasferirono all’Olivuzza questa era una contrada rinomata per la salubrità dell’aria e ricca di ville aristocratiche alle quali, a partire dall’800, si aggiunsero residenze di ricchi borghesi e anche qualche primo insediamento industriale. Nel 1868 Ignazio Florio sr acquistò la villa appartenuta alla principessa di Butera che comprendeva un grande parco e successivamente acquistò altri immobili adiacenti fino a ottenere un complesso che per le sue dimensioni venne appunto definito “reggia dell’Olivuzza”. Forse anche il camuffamento neogotico della Casina grande, vagamente rassomigliante a quello del Palazzo Reale, era finalizzato a rimarcare la regalità della dimora. Qui i Florio vissero per circa cinquant’anni, gli anni del loro maggior successo e ricchezza in cui la villa era frequentata dall’alta aristocrazia finanziaria internazionale  e gli anni del declino in cui, sia pur nell’intensificarsi della vita mondana, le ombre sul futuro si allungavano inesorabilmente. Nel 1918 la situazione diventò insostenibile, Ignazio Florio jr fu costretto a ipotecare tutta la proprietà che successivamente fu ceduta a una società immobiliare con l’obiettivo di lottizzare e vendere per ripianare i debiti. I Florio dovettero lasciare la loro reggia. Ignazio e Franca si stabilirono a Villa Igiea e Vincenzo nel suo Palazzo di via Catania. Un’epoca era finita.

Il Villino Florio

Il  villino fu costruito nel 1900 al centro del parco della villa dell’Olivuzza che era un bellissimo giardino con un tempietto palladiano, un laghetto artificiale, essenze tropicali, un grande orto, lunghissimi viali costeggiati da siepi. In questo giardino paradisiaco i tre fratelli Florio vissero la loro infanzia e la loro giovinezza. Vincenzo Florio jr aveva solo 17 anni quando il villino fu costruito. Questa casa da favola era stato proprio un suo desiderio e, nonostante la giovane età, Vincenzo fu molto attivo come committente, dando precise indicazioni fino a disegnare lui stesso alcuni decori. Il sogno di felicità legato a questa casa però per Vincenzo durò poco, infranto dalla tragedia della giovanissima moglie, morta di colera proprio in questa casa. Il villino é forse l’opera più emblematica del Liberty di Ernesto Basile e segna l’inizio della sua collaborazione con i Florio. Già  dall’esterno ci colpisce per la varietà  di riferimenti: il tetto spiovente da cottage di montagna, la torretta in stile moresco, le torrette aggettanti come nei castelli francesi, lo scalone d’ingresso che nella forma ricorda quelli delle ville barocche, e infine il bugnato alla base che richiama i palazzi rinascimentali. Stupisce il perfetto equilibrio con cui tutti questi elementi sono assemblati in un tutto di grande armonia, pur in assenza di qualsiasi simmetria.

 

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