Il Manciataro sente il bisogno di riscattare questa antica povertà. Questa fame atavica tenta di esorcizzare l’ossessione gastronomica che è un tratto caratteristico dell’identità siciliana.

di Roberto Alajmo

MANCIATARO

A prima vista si potrebbe tradurre semplicemente con “goloso” o “ghiottone”. Ma nell’accezione siciliana, manciatàro comporta una sfumatura ossessiva e ancestrale che nell’italiano non si trova. Manciataro è colui che mangia non per fame ma nemmeno per gola. Mangia per smania di mangiare. “Bulimico”, forse, potrebbe meglio rendere l’idea. Ma nel termine manciataro è contenuta la fame atavica di un intero popolo, una fame prorogata per secoli e millenni. Il manciataro si nutre anche per conto del padre, e del nonno, e del padre di suo nonno. Mangia per conto di tutte le generazioni che l’hanno preceduto, fino ad affondare nella notte dei tempi, e in certi casi mangia persino nel conto delle generazioni a venire, perché della futura abbondanza è sempre meglio dubitare. La smania del manciataro è il riscatto dei lunghi secoli di endemica carestia. È la carestia ad aver prodotto una cultura gastronomica come quella siciliana, che nel tempo ha affinato l’arte di rendere sapore al pane fino a livelli sconosciuti altrove. Sapendo che sul companatico si poteva fare poco affidamento, conveniva adoperare il sale per rendere il pane-e-basta più saporito possibile. Tutt’altra cosa rispetto al pane sciapo che in altre regioni si permetteva il lusso di rinunciare al sale sapendo che una fetta di soppressata avrebbe potuto ben compensarne il sapore. Poi c’era, certo, il fatto che il sale in Sicilia non è mai mancato, ed era meno tassato che altrove.

Il Manciataro sente il bisogno di riscattare questa antica povertà. Questa fame atavica tenta di esorcizzare l’ossessione gastronomica che è un tratto caratteristico dell’identità siciliana.