In Sicilia il consumo di suolo ha portato nell’ultimo anno alla scomparsa di altri trecento ettari di terreno. e i danni dei cambiamenti climatici sono sempre più evidenti. A rilanciare l’allarme è Giuseppe Barbera, professore di agraria, uno dei massimi studiosi del paesaggio storico. La sfida è riuscire a invertire la rotta

di Laura Anello

C’è passata la storia della città, ma anche di un pezzo di mondo – politica, sogni, vita, sconfitte – da questa villa seicentesca struggente, rimasta a issare la bandiera della bellezza in mezzo al cemento della città cresciuta a ritmo di mafia e speculazioni. Idrovora che ha inghiottito gli uliveti, gli agrumi, le fontane. “Mio padre fu costretto a vendere il parco, a quei tempi non potevi dire di no alle richieste dei costruttori”, dice mostrando un’illustrazione storica Giuseppe Barbera, che abita una porzione al pianterreno di questo monumento nazionale di Palermo – lo è stato dichiarato davvero – spolpato del suo verde fino all’osso e oggi circondato dai palazzi di via dei Nebrodi.

Uno, Giuseppe Barbera, che fatichi a definire in una parola. Agronomo di prestigio internazionale, uno dei massimi studiosi di paesaggio storico, componente del Comitato scientifico della Fondazione Benetton, saggista e divulgatore, per due anni (dal 2012 al 2014) assessore al Verde al Comune, collaboratore di Gattopardo. Ma anche figlio di Renzo Barbera, proprietario dell’omonima industria del latte e mitico patron del Palermo Calcio; fratello di Ferruccio Barbera, l’uomo marketing che per due decenni ha dominato la scena sociale della città prima di morire prematuramente nel 2005; ma anche pronipote del capostipite Renzo Barbera, produttore di olio e deputato al Parlamento italiano che comprò questa villa agli inizi del Novecento. E ancora cugino per parte di madre di Francesco Rutelli, il cui bisnonno era il grande scultore.

Difficile trovare la propria cifra in un panorama familiare così denso. Ma lui, pioniere dell’ambientalismo, ex di Lotta Continua, amico fraterno del fumettista geniale Vincino (che gli ha lasciato centinaia di caricature e disegni), porta tutto questo peso con l’amabile understatement che è sempre stata la cifra sua e di famiglia. Così, un’intervista in occasione del suo pensionamento da professore universitario (da ordinario di Colture arboree all’Università di Palermo) e dell’uscita del suo ultimo libro Antropocene, agricoltura e paesaggio, si trasforma inevitabilmente nel racconto di mezzo secolo di storia, seduti nel divano che guarda sul giardino interno – tutto quel che è rimasto dell’immenso parco – tra le pareti affrescate con decori pompeiani.

E quindi siamo nell’Antropocene, l’era geologica caratterizzata dal dominio dell’uomo sulla natura. Il cambiamento climatico è solo uno dei nove limiti del pianeta che ci apprestiamo a superare se non invertiamo la rotta. Ma come si è potuti arrivare a un passo dall’autodistruzione? 

“Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso non si poteva avere questa consapevolezza. A quei tempi la società occidentale scopre l’abbondanza, la ricchezza. Salgono i consumi, cresce l’uso dei fossili, si afferma il trasporto di massa sugli aerei, dilaga la plastica, materiale tanto versatile da diventare iconico. Ma tra gli anni Sessanta e Settanta cominciano le prime riflessioni sui limiti dello sviluppo. Si pubblica Primavera silenziosa (il libro di Rachel Carson del 1962 il cui titolo deriva dalla diminuzione degli uccelli per l’utilizzo massiccio di insetticidi, ndr), nascono i movimenti verdi e ambientalisti, e la scienza comincia a parlare chiaro. Ma la classe dirigente si rivela del tutto inadeguata a raccogliere questa sfida. E oggi si continua su questa strada ormai suicida. Per restare alla Sicilia, nell’ultimo anno altri 303 ettari di terreno sono stati consumati. Il modello va invertito. Penso agli incendi, all’abbandono delle nostre montagne, alla fuga dalle aree interne”.

Mi sono sempre chiesta perché l’ambientalismo in Italia sia sempre rimasto un movimento minoritario, percepito come una conventicola di intellettuali, quando avrebbe potuto essere una voce di massa…

“Posso dire di avere vissuto personalmente la nascita di quel movimento e il suo fallimento in termini politici. Con Federico Butera e Gianni Silvestrini nel 1983 sono stato tra i fondatori della rivista Papir che dava voce a quel mondo – e che divenne poi la rivista dei Verdi – quando ancora i Verdi non esistevano. Ci definivano gli ambientalisti scientifici, creammo un’Università verde all’Ateneo di Palermo, eravamo avanti. Vennero i tedeschi, i francesi. Non era un birignao da intellettuali, eravamo convinti che da questo movimento potesse nascere una proposta che intercettasse le istanze di cambiamento di quel periodo, come qui a Palermo la Primavera guidata da Leoluca Orlando. In altri Paesi d’Europa è successo, qui in Italia no”.

Perché?

“Perché questa forza si è isterilita in una politica misera che l’ha imprigionata in giochi di potere. Ricordo, in un inverno tra il 1988 e il 1989, riuscii a fare venire in questa casa Francesco Rutelli, Leoluca Orlando, Paolo Gentiloni, direttore de La Nuova Ecologia, mentre al telefono c’era Alex Langer, la testa più straordinaria e lucida del movimento. L’idea era di rifondare la sinistra a partire dall’ambientalismo, collegare la rete palermitana ai verdi nazionali.  Ma la politica e le alleanze passano dalle sintonie anche personali, non si possono stabilire a tavolino. Fu una grande occasione perduta”.

Ma lei, figlio di un grande industriale, com’era finito lì?

“Dobbiamo partire dal 1967, dopo la maturità, quando mio padre mi manda a Lodi a studiare per un anno Tecnica lattiero-casearia. Il mio destino era quello di prendere il timone dell’azienda. Quando torno, mi accorgo che sono cambiati i miei amici, che sta cambiando il mondo. Incrocio la rivoluzione, e intanto per prendere tempo dico a mio padre che voglio iscrivermi ad Agraria. Con il mio amico Vincino – figlio del direttore dei Cantieri navali di Palermo – ci facciamo mandare le riviste di Lotta Continua e di Potere operaio, studiamo su quelle per farci un’idea e scegliere. Con il senno di poi, posso dire che per fortuna scegliemmo Lotta Continua, l’anima creativa, fricchettona, della sinistra rivoluzionaria. Incrociamo la musica di De André, la marijuana, gli hippy, gli anarchici di Antonio Cardella. Intanto bazzico nell’azienda di mio padre. Ricordo gli scherzi telefonici di Vincino: ‘Qui parlano i Cantieri navali, vi chiediamo una fornitura di centomila litri di latte…’. E io prendevo appunti, centomila litri di latte, una quantità enorme…”

E intanto Agraria?

“Ad Agraria mi accorgo, esperienza preziosa, di essere l’unico studente della facoltà che arriva dalla città, i colleghi vengono tutti dai paesi, dalle campagne. Gente che ha un rapporto profondo con la natura e con la terra, faccio amicizie importanti, allargo lo sguardo. E alla fine produco una tesi sul non uso di pesticidi in agricoltura. Mi offrono una borsa di studio. I primi anni della ricerca sono dedicati allo studio sull’uso dell’acqua e delle tecniche di irrigazione per rendere migliori i mandarini. Così mi ritrovo a Ciaculli, con la macchina piena dei volantini di Lotta Continua, a misurare il diametro dei mandarini discutendo di calcio con un apparentemente mitissimo agricoltore che si chiamava Michele Greco. Lui, il papa della mafia”.

Com’è possibile che un giovane impegnato e sveglio come lei non avesse capito niente?

“E chi ne aveva capito niente? Michele Greco andava a caccia con la migliore borghesia e con l’aristocrazia della città. Anche i miei una volta furono invitati a un suo ricevimento, ricordo solo che mia madre, triestina, l’indomani mi raccontava: sai, siamo stati a casa di Greco, aveva in bagno i rubinetti d’oro, che tascio. Ma c’era ancora una certa inconsapevolezza sulla mafia, fu il gruppo del Manifesto, con Mario Mineo, che per primo accese i riflettori e svegliò tutti”.

Quello stesso assopimento grazie al quale si consuma il sacco di Palermo. Il centro storico abbandonato, il cemento che le arriva fin dentro questa villa che un tempo era tra il verde della Piana dei Colli…

“Allora c’era l’urgenza di dare ai palermitani nuove case, di dare loro lavoro, di rispondere al grande inurbamento. Ci fu una grande disattenzione. Nel mio ricordo personale, quando ci trasferiamo in questa casa che fino ad allora era stata solo residenza estiva, c’è il cemento che avanza tutto intorno, il cantiere che mi circonda con le strade sterrate e il polverone”.

Lo stesso scempio che si è consumato negli ultimi anni sul paesaggio siciliano con le pale eoliche, sotto la nobile copertura dell’energia pulita. Pale eoliche di fronte al Castello di Cefalà Diana, pale eoliche a un passo dal Cretto di Burri a Gibellina…

“C’è stata su questo una gravissima disattenzione. E sì, le due storie si assomigliano. In entrambi in casi non ci si è mossi su una progettazione, ma in modo casuale, e con forti condizionamenti della criminalità. Si è costruito dove si è potuto, dove gli imprenditori sono riusciti a comprare un terreno, dove avevano un’amicizia, dove glielo hanno consentito. Bisogna trovare un equilibrio perché d’altro canto è necessario produrre energie rinnovabili, non possiamo continuare con i combustibili fossili, il pianeta non regge. La risposta si chiama paesaggio, che tiene dentro le cinque ‘e’ di Federico Butera: etica, estetica, economia, ecologia, energia. Ma la sfida è difficilissima e la classe politica è inadeguata”.

Certo è che, entrato ad Agraria per prender tempo, poi si innamora di agricoltura e paesaggio…

“La svolta è Pantelleria, dove vado la prima volta nel 1971 con due amici carissimi, Silvana Montera e Mario Sala, che si erano appena sposati. Fanno il viaggio di nozze lì, un bizzarro viaggio di nozze in quattro insieme con me e un altro amico inseparabile, non volevamo lasciarci. E lì mi imbatto nel cappero, e nell’agricoltura estrema di quest’isola che sembra primitiva e che invece esprime intelligenza e innovazione, coniuga l’utile e il bello. Trovo il senso dei miei studi. Torno da lì con l’idea di dire a mio padre di comprare un piccolo dammuso, dammuso che è stato il luogo delle mie estati per tantissimi anni insieme con mia moglie Margherita, modella arrivata qui dal Veneto per una vacanza con una sua amica, Cinzia, e il bambino di due anni di Cinzia. Ferruccio corteggiava un po’ Cinzia ma finì lì, il bambino si sedette sul cactus del giardino di questa casa senza sapere cosa fosse e finì dolorante con le spine nel sedere. Margherita non andò più via”.

Già, Ferruccio. Fu lui a prendere le redini dell’azienda di suo padre…

“E sì, fu Ferruccio a interpretare le istanze di socialità rispetto alla città che erano di mio padre, il successo mondano. Fu lui a prendere in mano l’azienda che comunque dagli anni Settanta si trasformò e poi chiuse, visto che il latte non si produceva più qua, ma arrivava dalla Francia. Io potei dedicarmi ai miei interessi. Mio padre mi lasciò fare. Io credo ancora che l’ambientalismo sia la chiave per leggere il mondo. Credo nella politica. E credo nel valore della curiosità, la spinta che mi ha sempre mosso. Il sapere di non sapere”.