di Daniela Bigi

Nel cuore di Mayfair, durante la mondanissima settimana londinese di Frieze, il noto showroom Sahrai è stato invaso dalla produzione di carpets di Loredana Longo. Al posto degli antichi tappeti persiani abitualmente in mostra, la famiglia iraniana Sahrai ha accettato di promuovere un progetto ambizioso che, sotto il titolo Second Life, si è posto l’obiettivo di offrire una seconda vita a un oggetto già carico di significati e di spiritualità come il tappeto orientale.

L’artista catanese ha iniziato a lavorare con i tappeti nel 2013, scrivendo, o sarebbe più giusto dire “scavando” con la fiamma sul loro manto, delle frasi pronunciate da massimi personaggi politici del mondo occidentale, frasi che nel progetto londinese abbracciano soprattutto l’idea di una seconda vita, di una rinascita, in una dialettica stretta tra la bruciatura e la spinta rigenerativa. È qui che fin dai suoi inizi risiede il fulcro del lavoro di Loredana Longo, in questa polarità pungente che vede da una parte la violenza, la distruzione e dall’altra la vita, con la sua energia. Una ricerca ventennale che si è quasi sempre incentrata su azioni deflagranti, gesti parossistici. È l’azione il vero tratto della sua poetica. Ma c’è sempre, poi, un secondo momento, di ricomposizione, di ricostruzione; è lì che accade qualcosa di autentico, nella sua imprevedibilità, è lì che si genera la quiete necessaria per tornare a concentrarsi sul fare.

In passato l’artista faceva esplodere, in senso letterale, delle intere porzioni di stanze borghesi, o sparava su pareti adorne di fotografie. Erano veri e propri set arredati in modo minuzioso con suppellettili, cornici, decori tipici degli interni siciliani. Il soggetto dell’opera consisteva nel trauma e l’accento andava sulle criticità relazionali che si annidano anche laddove tutto potrebbe essere perfetto, sui segni che alcuni conflitti imprimono indelebilmente sul derma delle persone, delle cose, così come sulla loro psiche.

Nel corso del tempo il lavoro si è trasformato, ha abbandonato alcune ritualità e ne ha assunte altre, ma continua a nutrirsi di tensioni manifeste. Nulla di preciso da narrare, solo il ritratto di una condizione condivisa e il bisogno di trovare un modo per reagire.

A Milano le Officine Saffi propongono, fino a Natale, il momento conclusivo di un lungo percorso punteggiato da performance fatte di esplosioni, Creative Executions: una nella Valle d’Itria, una a Milano, una a Santa Margherita Ligure. Trattandosi di un laboratorio ceramico prima ancora che di uno spazio espositivo, protagonista del progetto è la ceramica, anzi, ciò che resta della deflagrazione di una serie di cilindri in argilla. L’artista però non modella, non è interessata alle potenzialità espressive dell’argilla, punta sul dopo, sul risultato di un’azione – l’esplosione – programmata, sì, ma di fatto incontrollabile nei suoi esiti finali. Il tema probabilmente è la trasformazione stessa della materia a opera di una potenza creatrice che si somma a quella progettuale dell’artista e a quella trasformativa del fuoco, elemento chiave nel processo di cottura della ceramica. Al centro c’è sempre l’ambiente domestico, che però ha perso riconoscibilità, evocato soltanto dai vasi cilindrici che, esplodendo ancora freschi, vengono fissati nelle nuove forme generate dall’esplosione.

Intanto anche Palermo la vede attiva da parecchi mesi, e a fine febbraio la vedrà a Palazzo Branciforte nella fase pubblica di un progetto, L’Arte della libertà, condotto per un intero anno dentro il carcere dell’Ucciardone, con la cura di Elisa Fulco e Antonio Leone. L’idea è quella di costruire una mostra insieme ai carcerati, gli operatori socio sanitari e alle guardie penitenziarie, creando collettivamente due opere che avranno concretamente a che fare con il pensiero della libertà.