testi Giuseppe Barbera – foto Margherita Bianca

Il suolo, risorsa fondamentale per la vita, continuiamo a consumarlo con cieca incoscienza. In Sicilia, nell’ultimo anno, altri trecento ettari sono stati soffocati, hanno perso capacità di opporsi ai cambiamenti climatici, di ridurre l’inquinamento, di contrastare frane e alluvioni, di produrre cibo e bellezza. E mentre avanzano cemento e asfalto, indietreggiano i suoli coltivati: l’agricoltura si concentra nelle aree più fertili e dotate di infrastrutture, abbandonando al degrado (o a una troppo lenta e incerta rinaturalizzazione) montagne e colline. Scompaiono per primi i paesaggi irriproducibili della tradizione e della storia, quelli che combinano biodiversità e valori estetici, patrimoni culturali di masserie, di terrazzamenti, pagliari e palmenti, di storie e pratiche. L’abbandono, accompagnato dalla fuga dei giovani verso il Nord, riguarda soprattutto le aree interne e i piccoli paesi, ma anche le periferie soffocate dalla pressione avvelenata delle città. Alcuni agricoltori – pochi ancora, seppure in numero crescente – provano a reagire assicurando tipicità, qualità, salubrità delle produzioni. Il mercato li premia ma non quanto basta: avrebbero bisogno che venisse concretamente riconosciuta la capacità di produrre i servizi indispensabili che si dicono ecosistemici e che hanno a che fare con l’ambiente e la cultura, quindi con l’interesse pubblico.

In attesa che le politiche agrarie vadano più a fondo in questa direzione, alcune iniziative è utile conoscere, difendere. incentivare. Tra queste, quella che riguarda gli antichi agrumeti che, a Palermo, in simbiosi con il palazzo di Ruggero II si oppongono, non sottomessi, ai palazzoni di Brancaccio, ai desideri, mai sopiti, di speculazioni edilizie e commerciali. Il vecchio mandarineto, l’ultima gloriosa pagina del sogno paesaggistico della paradisiaca Conca d’oro, è da pochi mesi affidato a una ATS che comprende tre associazioni che si occupano di anziani, di bambini e di produzione agricola e che ha già in corso, nel luogo, attività legate al recupero del paesaggio volte anche ai migranti, a persone svantaggiate per problemi psichici o che provengono, per pene alternative al carcere, da Pagliarelli o Malaspina. Un’agricoltura sociale, etica, che parte dalla produzione di frutti, ortaggi, miele, aromi e che l’affianca con servizi per l’ambiente, la cultura, le persone. A Favara – Maredolce l’attenzione verso i valori di paesaggio culturale è imprescindibile, ma non deve escludere la fruizione pubblica e sociale di ampi spazi, i valori naturalistici. Andrebbe, allora, meglio indirizzato il ricorrente rimando a un paesaggio lontano – quello del grande lago (oltre dieci ettari!) di epoca normanna – del quale non si valutano costi, oneri di manutenzione, sostenibilità ambientale e sul quale si specchierebbero non aranci, montagne, nobili architetture ma i palazzi, piccoli e grandi, della speculazione.

Come linee guida di un recupero paesaggistico rimangono, autorevoli e utili, le parole del 1962 di Cesare Brandi. “Quanti poeti, l’hanno cantato, quanti descritto, il Castello della Favara o di Maredolce. E non è che ora si possa sognare di ristabilire il lago artificiale: forse basterebbe solo uno specchio sotto alle mura… e quel mare verde, altrettanto dolce, dei mandarini e dei limoni. Le rovine recuperate da sotto le casupole, che altro non sono se non una bidonville di sassi, ridonerebbero a Palermo uno dei luoghi più favolosi”.