Sposato con il suo compagno dopo quarantadue anni di convivenza, Leo Gullotta racconta gli inizi al Teatro Stabile di Catania e la sua lunga carriera. E ai giovani dice: “lasciate i cellulari, svegliatevi!”

testi Daniela Tornatore foto Adolfo Franzò

Su un terrazzo, guardando il mare. Azzurro, bellissimo, in un tranquillo pomeriggio d’autunno, qualche barca in lontananza. Non è un mare qualunque, è il suo: quello di Catania. È qui che Leo Gullotta torna sempre, tutte le volte che ha qualche giorno libero. Anche adesso, alla vigilia del lungo inverno che lo attende in teatro, tra un Pirandello e un Melville.

Prima di ogni cosa: auguri! La fede al dito le dona. 

“Grazie. In realtà la porto già da un anno e mezzo, ma la notizia del mio matrimonio è salita alla ribalta soltanto di recente, in seguito a un’intervista che avrebbe dovuto riguardare tutt’altro. Sono una persona molto riservata, ho sempre separato il lavoro dalla vita privata. Ma da quella domanda a sorpresa non mi sono sottratto e ho risposto con serenità. Da quel giorno non ho più smesso di ricevere valanghe di auguri. Forse alla fine uno raccoglie ciò che semina, e io avrò seminato cose buone. In ogni caso, per la cronaca, mi sono sposato il 29 giugno del 2018”.

Nel giorno di San Pietro…  

“Per avere delle buone chiavi, capito? A parte la battuta, è stato un matrimonio tranquillo, sereno, in totale discrezione. Nessun salone, tutto è avvenuto in una stanzetta. L’importante era l’atto. In questa mia unione c’è prima di tutto il riappropriarsi di un concetto che in Italia è arrivato in ritardo: quello delle unioni civili. Sul tema c’è ancora molto da fare, ma questo è un punto di partenza assolutamente importante in un paese, appunto, civile. E poi, io e il mio compagno stiamo insieme ormai da quarantadue anni, mica un giorno”.

Quarantadue anni, ho sentito bene?

“Esattamente”.

È questa la cosa straordinaria, non l’unione civile

“Anche per noi è un fatto normale, quello di esserci sposati. Un momento di assoluta piacevolezza. Non nego un pensiero di natura legale, ma il nostro è un Paese in cui a volte accadono cose strane”.

Uguaglianza e diritti civili: sono due argomenti che lei ama molto.

“Sì, da sempre. Sono nato in un quartiere popolare. Mio padre era un operaio pasticciere, un uomo semplice, intelligente, che si è battuto molto per i diritti dei lavoratori. Io sono l’ultimo di sei figli, lui mi ha insegnato il concetto di libertà e di rispetto fin da bambino. Ho avuto questa impostazione dall’inizio. Una famiglia sana, la mia. Non solo. Sono entrato nel mondo del lavoro a quattordici anni, mi chiamavano ‘Gullottino’. Avevo avuto degli input pur sempre di provincia, ma al Teatro Stabile di Catania sono cresciuto intorno a presenze come Turi Ferro, Salvo Randone, Ave Ninchi, Glauco Mauri, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Mario Giusti, meraviglioso direttore che portò avanti quel Teatro per trent’anni. Persone con le quali si parlava, si costruiva. Non sapevo nulla, ma ero un bambino molto curioso e ho imparato tanto. Sono stato fortunato”.

“Non dovete avere paura”, lo dice spesso ai giovani.

“Sì, li incontro in giro per le università nelle quali vengo invitato. Ne ho conosciuti tanti con grandi qualità, grandi stimoli e curiosità. Glielo ripeto sempre: non dovete avere paura del mondo. La vita è vostra, non degli altri. Cercate di studiare, di sapere, di conoscere, di avere più frecce nella vostra faretra. Con quelle di sicuro si affronta meglio la vita, che è meravigliosa sì, ma a volte riserva momenti pesanti. Non dovete avere paura: l’ho ripetuto soprattutto negli scorsi mesi in cui nel nostro Paese ne abbiamo respirata tanta, instillata quasi a tavolino”.

Lei dice paura e a me viene in mente l’amore. Parliamone.

“L’amore bisogna guadagnarselo. Bisogna avere feeling, ironia, rispetto verso l’altra persona che ci sta accanto. Il concetto di proprietà non mi è mai appartenuto, è una cosa terribile. L’inizio tra due persone, di qualsiasi sesso, è sempre di natura chimica. È superato quel momento che cominciano a nascere i sentimenti, quelli veri, profondi. Più ci si conosce, più ci si rispetta, più ci si confronta in maniera serena, gustando l’attesa di quell’incontro. Credo che questo sia amare il prossimo, in generale. Al di là della coppia, al di là della convivenza”.

“L’amore bisogna guadagnarselo”. E perché?

“E perché? L’amore è una cosa seria. Anche quando una storia finisce, bisognerebbe rimanere amici. Chi meglio di una persona che ti ha amato, se ti ha amato, può volere il tuo bene? Puoi trovarci un punto di riferimento ogni volta che ne hai bisogno. Amare è una parola importante. L’amore, non dico l’avventura o chiamala come ti pare, bisogna guadagnarselo e i sentimenti bisogna imparare a darli, non solo a riceverli. Altrimenti a uno dei due è mancato qualcosa: la civiltà di rapporto, il sentimento autentico, il rispetto”.

Dal privato al pubblico. Lei non ha mai avuto paura di prendere posizioni politiche…

“Sono morte delle persone serie, meravigliose, che sapevano cos’è la politica con la P maiuscola, che sapevano cos’è la vita con la V maiuscola. Per inciso, non è un caso – a mio avviso – se mafia e criminalità organizzata siano parole usate sempre meno. Prima erano i signori della criminalità organizzata ad andare verso gli affari pubblici, da un po’ di anni a questa parte sono gli affari pubblici che si raccomandano alla mafia. Il difetto della nostra nazione è l’ambiguità su questo. Con ciò voglio dire che la politica è una cosa seria, proprio come l’amore. Se pensi di entrare in questo mondo soltanto per fare gli affarucci tuoi, ti sbagli di grosso”.

Se potesse fare un regalo al nostro Paese, che cosa gli regalerebbe?

“Farei sparire la sopraffazione, ha distrutto il Paese negli ultimi trent’anni”.

E alla Sicilia? 

“Un po’ di sana indignazione. Del Sud se ne sono sempre approfittati, la Sicilia si porta dietro pesantezze storiche. Ha fatto passi avanti, è vero, ma manca ancora l’indignazione. La memoria viene annullata con una facilità impressionante. Questo Paese, tutto, dimentica troppo in fretta”.

Su che cosa bisognerebbe puntare secondo lei?

“Sulla scuola, tutto dipende da lì. E anche sulla famiglia. Come le dicevo prima, mio padre era operaio, mia madre casalinga. Noi figli siamo andati a scuola tutti e sei. Vedevo altri bambini con delle problematiche, allora non capivo. Crescendo mi sono reso conto che avere alle spalle una famiglia sana fa la differenza. I problemi familiari si riversano inevitabilmente sui figli.  Per esempio, a proposito delle scelte sessuali che ciascuno di noi può fare, ci sono ragazzi in gamba, universitari, con la vita rovinata perché il papà o la mamma li rifiutano. La mia domanda a questi genitori è: vi vergognate perché i vostri figli vi hanno rivelato qualcosa per il piacere di parlare con voi, per il bisogno di avere un punto di riferimento, chiedendovi soltanto amore e comprensione? Vi vergognate per questo, e magari avete un truffatore o un mafioso come vicino di casa e vi sta bene? Ma via!”

A che cosa brinda ogni giorno?

“Prima di tutto alla salute, data la mia età molto importante. Il prossimo gennaio saranno settantaquattro anni. Sto bene, sono contento, pronto ad andare in prima fila come ho sempre fatto. Non si può restare chiusi in casa, perennemente collegati a Internet. È uno strumento molto importante, certo. Ma c’è la vita! Guardatela, non è così difficile. Alzate la testa da quei benedetti telefoni. Svegliatevi!”