La Sicilia – tutta l’Italia – deve ripartire dalle sue città, grandi, medie e piccole, per generare nuova politica come costruzione del collettivo di liberi. Per rigenerare la nostra democrazia dobbiamo partire dalle città

di Maurizio Carta

Per me la città è un potente vettore di democrazia. Perché nella nostra cultura occidentale il politico si fa urbano e l’urbano dà forma al politico: la polis è contemporaneamente spazio e comportamenti, luogo e comunità, identità e democrazia. Lo scriveva già Hannah Arendt negli anni ‘50 nei suoi scritti raccolti nel libro postumo Che cos’è la politica? “La politica non nasce nell’uomo ma fra gli uomini” e “la città offre uno spazio fra gli uomini in cui la politica, la vera politica, diviene possibile”. La politica, quindi, non nasce nello spazio domestico, protetto ma segregato, si alimenta, invece, dello spazio pubblico dove le diversità si incontrano, si scontrano, si ricompongono generando nuovo spazio.

La città è spazio politico solo se edificata intorno alla “piazza” (nelle attuali diverse accezioni del termine) dove uomini e donne liberi e uguali possono incontrarsi in ogni momento costruendo la democrazia. La città pubblica, quella non domestica e familiare, quella non partigiana o di una tribù, ma quella multi-relazionale e, spesso, conflittuale dà spazio, corpo e sostanza al nostro essere politico. Lo spazio urbano plurale si fa spazio democratico, luogo dove le persone, le idee, le azioni, si incontrano generando relazione “fra” differenti libertà che si fanno collettivo.

La Sicilia – tutta l’Italia – deve ripartire dalle sue città, grandi, medie e piccole, per generare nuova politica come costruzione del collettivo di liberi. Per rigenerare la nostra democrazia dobbiamo partire dalle città, tornando ad averne cura anche come luogo di dialogo, come spazio di relazione che genera la politica. Io immagino la Sicilia come una regione fondata su città che siano i pilastri del benessere, dell’eguaglianza, della sostenibilità e della creatività: “città aumentate” – come le definisco io – capaci di amplificare la nostra umanità e di potenziare il nostro spazio democratico. In un mondo attraversato da cambiamenti politici, economici, sociali e climatici, le città aumentate devono essere esse stesse dispositivi abilitanti per migliorare la vita politica attiva delle comunità che le abitano e le attraversano.

Molte città sperimentano già queste innovazioni: Palermo cosmopolita, Favara creativa, Agrigento archeologica, Mazara del Vallo lapidea, Marsala educativa, Alcamo resiliente, Catania vulcanica, Gibellina artistica, Salemi accogliente, Castelbuono musicale e Gangi educativa. Io le chiamo le città del diverso presente, perché non si arrendono e con coraggio progettano e governano il loro nuovo protagonismo politico partendo dalla rimodellazione dello spazio pubblico, dello spazio democratico del “fra noi”.