Vella divenne Abate di San Pancrazio e persino titolare della prima cattedra di arabo all’Università di Palermo. Era talmente celebre che una sua malattia agli occhi meritò l’interessamento del Papa Pio VI

di Salvatore Savoia

La storia di Giuseppe Vella è divenuta nota al grande pubblico dopo la pubblicazione del Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, uno dei pochi veri romanzi storici del Novecento, intriso di quegli odori di illuminismo cari allo scrittore, che non a caso contrappone alla figura del protagonista come l’altra faccia di un’unica medaglia quella di Francesco Paolo Di Blasi, l’avvocato giacobino e illuminista giustiziato a Palermo a seguito di una sgangherata congiura repubblicana.

Era forte e irrefrenabile quel vento proveniente dalla Francia, aborrito e temuto dalla Corte di Ferdinando e Carolina; un vento insinuatosi nelle scelte del vicerè Caracciolo che ebbe l’ardire di interrompere la secolare macchina di morte dell’Inquisizione; un vento che si palesò persino nelle provocazioni celate tra le pieghe dei ventagli erotici che giungevano clandestinamente a Palermo.

 La clamorosa impostura ordita da Giuseppe Vella si svolge tra il 1782 e il 1795. Vella era un gerosolimitano venuto da Malta alla ricerca di sistemi per sbarcare il lunario. Lo storico Domenico Scinà, il primo a dubitare di lui, lo descrive con perfidia: “Alto e complesso era della persona, colore pallido scuro, occhi piccoli e furbeschi e grave nell’andare e nel portamento”. Si deve alla sua sommaria conoscenza della lingua araba, comune a tanti maltesi – in realtà solo un misto di arabo e maghrebino in caratteri latini – e al fatto che a Palermo nessuno parlasse arabo, l’idea della grande impostura. L’imprevisto naufragio sulla costa palermitana di un ambasciatore marocchino, e la necessità per il viceré Caracciolo di interloquire con lui costituì la grande occasione per il Vella, che fu incaricato di far da interprete all’ambasciatore, guidato da monsignor Alfonso Airoldi, giudice della Regia Monarchia, mecenate e uomo di cultura ma ahimè ignaro della lingua araba.

Nel corso di una visita al monastero di San Martino delle Scale, dove erano custoditi alcuni codici arabi, le espressioni di compiacimento dell’ambasciatore nei confronti di un testo – una comune vita del Profeta – furono tradotte da Vella come lo stupore per la scoperta di un prezioso documento, “Il Consiglio di Sicilia”, indicato come cronaca degli anni della dominazione musulmana nell’isola. Da qui, in un excursus incontrollabile di finte corrispondenze con l’ambasciatore frattanto tornato a casa, e gare di elogi e di piaggerie all’interprete, si architettò una ricostruzione del tutto fantasiosa di duecento anni di storia siciliana. Secondo il Vella non si doveva ai Normanni ma agli Arabi la fondazione del sistema feudale di Sicilia, circostanza che però vanificava i già difficili tentativi di riforma del vicerè nei confronti dei privilegi della nobiltà siciliana, che ovviamente si mostrò assai generosa con lui.

Vella divenne Abate di San Pancrazio e persino titolare della prima cattedra di arabo all’Università di Palermo. Era talmente celebre che una sua malattia agli occhi meritò l’interessamento del Papa Pio VI (“vehementer dolemus tantam in hac versione fuisse oculorum defatigationem”) mentre l’opera sua veniva divulgata in mezza Europa. Non contento, Vella rivelò ancora di aver rinvenuto un nuovo codice, il “Consiglio d’Egitto”, che attenuando però gli originari toni contrari alla Corona, fece nascere i primi dubbi sull’intera faccenda. Lo storiografo Rosario Gregorio osò affermare che Vella fosse un impostore. Si volle avviare un’inchiesta ufficiale, incaricando Joseph Hager, docente di arabo a Vienna, di esaminare i documenti. Nella sua perizia del settembre 1798, questi affermò che il codice “è talmente falsificato mediante caratteri nuovi soprapposti… che  dà  a  vedere  a ogni  conoscitore  lo sforzo malizioso di voler renderlo inintelligibile per così velare più facilmente le sue fallacie”.

Vella era assistito dall’autorevolissimo orientalista Tychsen che sembrò sulle prime di poter far recuperare a Vella il credito perduto. Ma il precipizio era vicino: Giuseppe Vella fu scoperto, arrestato e condannato a quindici anni, dei quali solo tre passati in prigione, poiché nel 1799 il Re Ferdinando IV gli concesse una sorta di arresti domiciliari in un casino di campagna di Mezzomonreale dove morì nel maggio del 1815. Anche da libero Vella non cessò di difendersi: in una lettera del 1811 a un ignoto interlocutore di Vienna, affermò: “…bisogna dunque convenire che se io non avessi fatto altro se non che indovinare, non si poteva indovinare più giusto, e che l’inventore d’una produzione così singolare sarebbe, mi si permetta il dirlo, di un ben tutt’altro merito che il traduttore modesto d’una raccolta di lettere arabe…”. Una frase, secondo lo studioso Pietro Varvaro che presentò la lettera a Storia Patria nel 1905, che di fatto conferma l’impostura del Vella. E oggi proprio nella Biblioteca di Storia Patria a Palermo si custodisce una delle rare copie salvatesi del Consiglio d’Egitto.