A Sambuca dove tutto ruota ancora intorno alla memoria di monsignor Diego, arcivescovo di Brindisi. Tra una collezione  di abiti talari e di divise,  e un museo della civiltà contadina, rivive l’epopea dell’ottocento siciliano. Visita a Palazzo Planeta

testi Simonetta Trovato – foto Igor Petyx

Sembra tutto costruito per ricordare l’illustre avo: Palazzo Planeta, a Sambuca, pare ruotare attorno alla memoria di monsignor Diego, arcivescovo di Brindisi e “poi di Damiata in partibus”, penultimo giudice della Regia Monarchia e Apostolica Legazia in Sicilia, singolare istituzione religiosa e politica creata da papa Urbano II al tempo dei Normanni e continuata imperterrita fino a metà Ottocento.

Monsignor Diego morì nel 1858, come recita l’elogio funebre rilegato che il discendente Enrico mostra con orgoglio. Anzi, tutta Sambuca porta l’impronta del potentissimo (e illuminato) arcivescovo che tra fine Settecento e metà Ottocento, raggiunse i vertici (amministrativi) della Chiesa, trascinando con sé la natìa cittadina agrigentina: se ne trovano le tracce in diverse chiese, le lapidi lo ricordano nelle cappelle anche a Monreale e a Palermo; al Mu.Di.A. – il museo diocesano di Sambuca nell’antica chiesa del Purgatorio – vi racconteranno che appartenevano a monsignore la preziosa pianeta, la croce vescovile e l’anello con smeraldo, donati dalla famiglia, che si scoprono nelle teche. Ma è Palazzo Planeta, nel cuore antico sulle purrere, le antiche cave di pietra, a essere stata la casa di famiglia, come ricorda una lapide all’ingresso: si entra e ci si trova in una residenza non antichissima, ma colma di un tempo lontano.

Qui abitano spesso Enrico e Marida Planeta di Santa Cecilia che hanno cercato di salvaguardare il cuore nobile della dimora di stampo ottocentesco che nasconde anche due stanze più antiche, di metà ‘700, con affreschi scrostati e un giardino pensile segreto. Il resto del palazzo fu ampliato, innalzato di un piano e completato tra metà ‘800 e il 1933, quando fu aggiunto l’attuale cortile con tanto di fontana a mascherone.

Le origini della famiglia risalgono al Seicento, Enrico Planeta racconta che alcune fonti danno la casata come originaria dalla Spagna, altre dall’Italia centrale. Fatto sta che a metà Seicento i Planeta di Partanna acquisiscono il titolo di baroni di Santa Cecilia. Donna Marida Genuardi – anche lei proveniente da una delle più antiche e nobili famiglie siciliane – conosce Enrico negli anni Settanta. “Mi avvicinò a una festa – racconta – per dirmi che dovevamo essere lontani parenti perché già in famiglia c’era stata un’unione Planeta Genuardi. Iniziammo a ballare e da allora siamo rimasti insieme”.

Per anni la coppia ha vissuto a Palermo – dove Enrico Planeta era funzionario della Cassa di Risparmio, e la signora Marida ha insegnato a lungo – ma hanno sempre lasciato un pezzettino di cuore a Sambuca. E dopo la morte di don Vito Planeta, hanno deciso di recuperare il palazzo dell’antica Zabut.

E arriviamo a oggi: superato il portone e lo scalone di accesso, si sale a primo piano dove si trova un grandissimo ambiente che un tempo era adibito a magazzino del grano, e ora è trasformato in un accogliente salone dove si intuisce un’affettuosa mano molto femminile, sotto gli archi a tutto sesto in pietra viva. Sotto, nascosta, una piccola “camera dello scirocco” scavata nella roccia che durante la guerra fu usata anche come rifugio antiaereo: qui la temperatura resta sempre costante, ed è fresca durante l’estate. C’è anche un piccolo appartamento che è possibile affittare; lo amano molto americani e inglesi, che spesso giungono per pochi giorni e poi, affascinati dalla luce del borgo, acquistano e ristrutturano una delle tante case diroccate del centro storico: quelle a 1 euro hanno rimesso in moto il mercato, che ora sta lentamente rifiorendo.

Ritorniamo al primo piano da dove si diramano le stanze, non grandi, alcune lievemente affrescate, altre ancora con gli arredi di un’epoca passata, quella in cui una signora non usciva mai senza guanti e cappello, un giovin signore appiattiva un Gibus da sera, il figlio cadetto andava sotto le armi e la zia zitella ricamava per ore accanto alla finestra, magari sognando l’abito da sposa che non sarebbe arrivato mai. Enrico e Marida Planeta tanto tempo fa hanno deciso di aprire i bauli di famiglia, e così hanno continuato per anni: e ne hanno tratto un tesoro immenso, fatto di abiti e biancheria preziosa, bombette e cilindri,  cappelli vezzosi con veletta, pagliette esuberanti e ventagli maliziosi, ferri per i ricci, uniformi della Prima Guerra mondiale e tabacchiere; e una grande collezione di abiti talari, molti da alta rappresentanza, appartenenti all’arcivescovo don Diego Planeta.

Una valigia del tempo che ha occupato da tre a quattro generazioni. E quando gli altri rami della famiglia sono venuti a conoscenza di questa raccolta, hanno a loro volta rovistato in soffitta e arricchito la collezione Planeta: da Menfi sono giunti altri abiti e biancheria, alcune crinoline, per esempio, e uno stranissimo  “panier” a cerchi ripiegabili che donava ampiezza alla gonna, ma poteva anche essere facilmente riposto; e divise da ufficiale di cavalleria della Grande Guerra. Il padre di Enrico, Vito, partecipò alla campagna d’Albania a diciassette anni (fu uno dei “Ragazzi del ‘99” partiti giovanissimi per il fronte); alcune divise esposte appartengono invece al cugino Vito (omonimo), ufficiale di cavalleria e anch’egli partito per il fronte. Tornarono tutti e due a casa e avviarono le rispettive attività, a Sambuca e a Menfi.

Dai bauli è sbucata biancheria fine in seta con altisonanti etichette francesi segno che le signore di casa Planeta amavano rifornirsi Oltralpe, secondo l’abitudine dei primi del secolo scorso; ventagli, scatole di nei, una “spingola” per fissare la crocchia, leggerissime scarpine di stoffa… Marida Planeta ha sistemato gli abiti più belli su alcuni manichini, un vestito da sposa in raso ecrù (nell’800 il bianco era bandito), cappelli e scarpe in armadi a ribalta. In una delle sale, la sorpresa: oltre a numerose bolle arcivescovili e una fitta corrispondenza firmata, una delicatissima (e rara, ne esistono pochi esemplari) “cappella da viaggio” appartenuta proprio a monsignor Diego Planeta. Divisa in due parti staccabili, è un vero esempio lontano dell’artigianalità preziosa al servizio della Chiesa. Conserva al suo interno oggetti sacri, persino delle reliquie, su un fondo in velluto e legno: probabilmente seguiva il prelato nei suoi viaggi, ed essendo smontabile, per piccoli spostamenti poteva essere trasportata facilmente; la parte inferiore era completa di una pedana retrattile su cui saliva l’officiante. Alla morte dell’arcivescovo, fu sistemata nel palazzo: davanti si poteva celebrare la messa, ma soltanto in presenza dei padroni di casa.

Ma c’è un’altra collezione che si affaccia imperiosa: e giunge dalla passione di Enrico Planeta per la terra, la stessa che lo ha portato spesso a chiedersi come salvare la torre trecentesca dei baroni Perollo signori di Sciacca – che dopo l’estinzione della casata, fu acquistata dai Monroy, principi di Pandolfina, e da lì passata ai Planeta – che ha bisogno di un recupero sostanziale, per il momento (e per i costi) oggi impossibile: è una struttura di fine Trecento che conserva sulla sommità anche lo stemma dei Perollo.

Ma questa è un’altra storia, ritorniamo a Palazzo Planeta, a Sambuca, e alla collezione di Enrico. Attrezzi agricoli, di ogni foggia e misura, un piccolo museo etnografico che farebbe invidia a una qualsiasi amministrazione  pubblica. Sono centinaia, recuperati dalle proprie masserie, case rurali, mercatini, terreni: crivelli piccoli e grandi, aratri a chiodo, cesti, attrezzi in ferro, setacci e roncole, tini e contenitori; una macchinetta per la pasta, un torchio, i copri zoccoli per evitare che i muli da soma scivolassero sulle balate; e due tagghia, sorta di scanalature di legno che servivano a “contare” il grano dato e ricevuto a ogni raccolto dai fittavoli ai padroni: insomma una sorta di ricevuta ante litteram che doveva regolare i conti tra proprietario e mezzadro. Così la dimora è un viaggio nel tempo: tra nobili, clerici e contadini.