Da un vicolo di Palermo alla Palestina dell’anno zero, ovvero nel momento in cui sta per nascere Gesù. Ficarra e Picone raccontano il loro nuovo film in arrivo nelle sale. Uno straordinario primo Natale.

di Francesco Massaro

Il ricordo del vostro primo Natale.

Picone. “A casa coi parenti, un film con Charlie Chaplin su Rai 3, La febbre dell’oro. Una folgorazione”.

Ficarra. “Posso fare una premessa?”

Prego.

“Smentisco fin da subito tutto quello che Picone dirà in questa intervista”.

A prescindere.

“A prescindere”.

Bene. Tornando al primo ricordo del Natale?

“La foto che feci con Babbo Natale sotto i portici di via Ruggero Settimo, a Palermo; lei si ricorda dove si piazzava Babbo Natale sotto i portici?”.

Sono preparato, davanti al negozio Ricordi.

“Bravo, proprio lì. Ricordo quel pomeriggio, io e mio padre che passeggiamo, Babbo Natale si avvicina e zac, la fotografia; dovrei averla ancora da qualche parte”.

Partiamo da qui, dal primo Natale fissato nella memoria di due bambini ancora lontani da quello che sarebbe diventato un marchio di fabbrica duraturo e di successo: Ficarra & Picone.

Il Primo Natale è il film che arriva in sala il 12 dicembre, piatto forte di Medusa e scommessa importante del duo palermitano, che al solito firma soggetto e sceneggiatura (assieme a Nicola Guaglianone e Fabrizio Testini) e regia.

La storia è intrigante e ambiziosa: parte dai nostri giorni (Salvo è un ladro di arte sacra, Valentino un prete) per poi proseguire, con un prodigioso salto nel tempo, nella Palestina dell’Anno Zero, prima della nascita di Gesù.

Giusto dire che è il vostro progetto più importante e ambizioso?

Picone. “Non so se ambizione sia la parola giusta, perché nasconde forse un’aspettativa, una sorta di smania di successo. In questo caso non è così. Avevamo voglia di raccontare una storia, questa. L’avevamo nel cassetto da qualche anno ma sentivamo che non era ancora il momento, ora quel momento è arrivato”.

Ficarra. “Sicuramente è il progetto più complicato per tante ragioni, gli attori stranieri, l’ambientazione, girare in un Paese che non è il nostro. Ma a parte questo c’è il cuore di sempre”.

Ansia da prestazione? Insomma, Medusa vi ha affidato il film di Natale, inutile far finta che sia uno scherzo.

Ficarra. “Ma quale ansia, semmai ho il vantaggio di sapere già da ora quello che farò il 24, 25 e 26. Mi piazzo al cinema alle tre ed esco a mezzanotte, ogni giorno per tre giorni. Lo rivedo a loop con amici e parenti, due chili di scaccio e senza accorgermene arrivo quasi a Capodanno”.

Picone. “Il film di Natale non è mai stato un nostro obiettivo. Lo vediamo semmai come un riconoscimento alla nostra storia. Se per ansia da prestazione si intende il peso della responsabilità, l’unica responsabilità che continuiamo a sentire è verso chi ci segue al cinema, in teatro, in tv”.

Ficarra. “Ma poi la vogliamo dire la verità? L’ansia devono averla quelli di Medusa che ci hanno affidato il film, mica noi” (ride).

Non ditemi che siete come quegli allenatori che non guardano al risultato.

Picone. “Il film è come un figlio, volevi farlo ed è venuto. Abbiamo dato tutto, è la cosa più importante”.

Ficarra. “Il nostro lavoro è soprattutto valutare con onestà se una storia meriti di essere raccontata. Questa, secondo noi, sì”.

È un film diverso dal solito, voi due che per una sorta di magia tornate all’Anno Zero, a prima della nascita di Gesù Cristo. Tema impegnativo, a questo mi riferivo parlando di ambizione.

Ficarra. “Quando abbiamo iniziato a scrivere il film ci siamo dati un obiettivo: provare a rimettere al centro del villaggio il vero senso del Natale. Ormai associamo il Natale a Babbo Natale e non a Gesù, che è invece il vero protagonista della festa. Insomma, quest’anno torniamo a festeggiare il festeggiato”.

Ci siete riusciti?

Ficarra. “È un film sul messaggio di Gesù Cristo, che è un messaggio d’amore e travalica quindi il credo di ognuno. Per questo può essere visto anche da un ateo, o da un musulmano”.

Picone. “Forse in questo lavoro c’è stata la voglia di alzare l’asticella, sì, ma con la semplicità che ha sempre caratterizzato il nostro lavoro. La semplicità per molti è un punto di partenza, per noi è sempre stata un punto di arrivo. Figuriamoci se adesso con questo film ci veniva la smania di passare per intellettuali” (ride).

Voi siete in ballo da 25 anni. In un mondo, il vostro, fatto soprattutto di meteore, di successi effimeri e a termine, è un traguardo importante.

Picone. “Non c’è un segreto, tutto sta nella voglia di raccontare una buona storia, e nel non inseguire il successo a tutti i costi. Ma cos’è poi il successo? Mio padre faceva il contadino e ci ha fatto studiare, per me lui è un uomo di successo, uno che ha raggiunto un obiettivo importante. Il fabbro che fa il suo lavoro con amore e dedizione è un uomo di successo. Noi siamo popolari, certo, ma non ci siamo mai sentiti uomini di successo”.

Sapete che ci sarà un confronto inevitabile con Non ci resta che piangere, il salto nel tempo che fecero Benigni e Troisi.

Ficarra. “Siamo al telefono e non può vedermi, ma quando ha detto Troisi mi sono messo in ginocchio. Dico solo che Troisi è stato uno dei più grandi artisti che l’Italia abbia mai avuto. Un genio, un poeta. Confronto? No, no, ma poi quella era una storia inventata, la nostra è accaduta sul serio”.

In che senso?

“Le regalo uno scoop. La verità è che noi non ci siamo inventati niente. Stavamo girando a Palermo, c’è questa scena dell’inseguimento fra il ladro, che sarei io, e il prete, Valentino, e a un certo punto, com’è come non è, imbocchiamo un vicolo e ci ritroviamo in Palestina, nell’Anno Zero”.

Ah, io pensavo che fosse sul copione.

“Ma quando mai, siamo finiti in Palestina senza sapere come – un minuto prima eravamo a Palermo – e a quel punto che dovevamo fare? Ci siamo guardati e abbiamo continuato a girare lì”.

Picone. “Il confronto con Benigni e Troisi? Mah, in fondo l’espediente della macchina del tempo, se così vogliamo chiamarlo, è stato utilizzato al cinema e in letteratura centinaia di volte. Noi siamo tifosi di quel film, altroché, ma se si riferisce all’ansia del confronto no, non ne abbiamo. I temi, fra l’altro, sono assai diversi fra loro”.

Valentino interrompe la telefonata un momento, parla con una donna che gli fa i complimenti per la storia che il duo ha raccontato la sera prima su Rai 1, un bimbo malato salvato da un trapianto di cuore.

“Ti è piaciuto?”, chiede Valentino alla donna.

Chi era?

“La cassiera di un bar, qui a Roma. In fondo l’essenza del nostro lavoro è questa. Il riconoscimento della gente, la donna che ti dice grazie e te lo dice con gli occhi lucidi, cosa potremmo chiedere di più?”.

Da Nati stanchi, era il 2002, a questo Primo Natale. Cos’è successo nel frattempo? Cos’è cambiato?

Picone. “Nati stanchi era figlio del suo tempo, avevamo trent’anni e in quel momento era la storia giusta da raccontare. Ma il nostro modo di lavorare, di sentire le cose è sempre lo stesso. Quello era il naturale punto di partenza, questo qui è, per ora, un naturale punto di arrivo, e sottolineo per ora”.

Ma ogni tanto sentite la voglia di fare qualcosa per conto vostro?

Ficarra. (ride) “Io ho un monologo pronto già da un po’, ma non lo scriva che poi Picone si deprime e mi tocca consolarlo”.