Giampiero Finocchiaro è cresciuto a pane e Intillimani; quindi, quando c’è stata la possibilità di trasferirsi dall’altro capo del mondo, non ha detto di no. Ormai vive a Buenos Aires da tre anni

di Simonetta Trovato

La prima cosa che ti colpisce è la luce. La seconda, le file; la terza, i libri. Perché in Argentina la luce è immediata, cristallina. E chi abita a Buenos Aires è capace di mettersi in fila (ordinatissima) per ore per prendere un autobus. Dei libri, diremo poi. Giampiero Finocchiaro è cresciuto a pane e Intillimani; quindi, quando c’è stata la possibilità di trasferirsi dall’altro capo del mondo, non ha detto di no. Ormai vive a Buenos Aires da tre anni, la moglie lo raggiunge spesso, e in Sudamerica prosegue il suo impegno tra i giovani, visto che è ancora un dirigente scolastico, solo che ha lasciato Carini – dove con il suo progetto sulla scuola di confine è riuscito a coinvolgere un intero borgo – e, tramite il Miur, ha iniziato a lavorare per quattro Consolati italiani in Argentina, all’interno di un programma di promozione della cultura del Belpaese.

“L’Argentina è l’Italia senza gli italiani – ride -.Tre anni fa sono partito da una Palermo assediata dallo sciopero degli insegnanti e sono arrivato in una Buenos Aires inghiottita da cortei di maestre urlanti”. Sbarcare in Sudamerica. “La luce qui è diversa, molto più intensa e pulita. E le file: lunghissime e ordinate, perfettamente organizzate. Se ti fermi a parlare con un amico, ci sarà sempre qualcuno che dietro di te si mette in fila. Salvo poi scoprire la verità e mandarti (graziosamente) a quel paese: non ti insultano, non si arrabbiano, ci sono abituati”. La città delle mille librerie. “Arrivate all’Obelisco: si alterneranno cinema, teatro, libreria. E di nuovo, libreria, teatro, cinema.  Qui tutto è gigante, 22 milioni di abitanti e solo il centro ne conta 3 milioni e mezzo. Nonostante la crisi finanziaria, l’Argentina è in ripresa, ha voglia di crescere e avanzare, investe moltissimo nella cultura. E infatti in tanti guardano con paura alla recente sconfitta del presidente Mauricio Macri, si teme il ritorno del Peronismo”.

Investono sulla cultura: si legge? “Si legge e si scrive, gli argentini amano letteratura e saggistica. El Ateneo Grand Splendid è un Politeama trasformato in libreria: il palco ospita il bar; il golfo mistico, lo spazio bambini; nei palchi si espongono i cd. Poi il CCK nell’ex palazzo delle Poste, svuotato e trasformato in un’enorme sala sinfonica, con l’interno in legno che ricorda il ventre di una balena”. E il pubblico si sente come Geppetto. “Sotto una cupola di vetro azzurro. Ed è tutto gratuito, una band di giovani o Patti Smith. C’è anche una sala per ballare il tango. A questo proposito consiglio il Centro Cultural Torquato Tasso, a San Telmo: lontana dal ‘turismo de tango’, è uno dei luoghi preferiti da chi balla quotidianamente, senza fronzoli”. Mangiare a Buenos Aires. “L’asado. Perché qui hanno la carne più buona del mondo e a basso contenuto di colesterolo. Per loro la domenica è brace. E ogni giornata si conclude con un applauso al maestro del Asado. L’influenza italiana è fortissima, consiglio di cercare Ike Milano di Antonio Giordano oppure Salvatore De Santo all’interno di un circolo al primo piano, nella ciudad vecchia. Ma è anche vero che qualsiasi parrilla all’aperto va bene, è una garanzia, cercate un Lomo vuelta vuelta (poco cotto)”.

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