Intervenire sul “Piano del Palazzo Reale” a Palermo è operazione delicatissima per i rapporti, anche visivi, con il palazzo, con il palmeto di piazza Bonanno, con il monumento a Filippo V.

 

di Giuseppe Barbera

Migliaia, milioni, miliardi di alberi. Contro l’emergenza climatica tutti promettono alberi. Ottima cosa, soprattutto se si andasse di pari passo con la pianificazione e la lotta antincendio (dall’Amazzonia a Scopello), con la corretta gestione degli alberi ovunque essi siano (boschi e città) e se si rispondesse a un prerequisito: la disponibilità di un progetto che dica dove, cosa, come piantare e coltivare. Bisogna misurarsi con i caratteri ambientali e con la loro storia dei luoghi, perché in Italia la necessità di nuovi giardini riguarda spesso città che con il verde hanno un antico rapporto. Si prenda a esempio Palermo, “ricca di giardini, circondata da un giardino più grande”, come ricorda la storia urbanistica, e si guardi al cuore di questa, al Palazzo Reale. All’interno straordinari giardini musivi (la Stanza di Ruggero, la Cappella Palatina), all’esterno un’avvilente distesa di asfalto che fino a pochi anni fa fungeva da parcheggio. Con l’allontanamento delle auto un primo passo per dare dignità al luogo è stato fatto, ma adesso non è più differibile un più compiuto intervento paesaggistico. L’installazione verde realizzata con il supporto della Fondazione Radicepura di fronte al nuovo ingresso (altro importante momento di recupero), fornisce un’indicazione che è in sintonia, per la sua temporaneità, con la storia del luogo (tauromachie, macchine pirotecniche, cortei e parate militari in quella che rimaneva, come scrive il Marchese di Villabianca, “una delle più magnifiche piazze d’armi in Europa”) ma che rischia di essere vanificata (come sta avvenendo) da nuovi e incongrui interventi temporanei, allontanando il tempo di un definivo assetto.

Intervenire sul “Piano del Palazzo Reale” è operazione delicatissima per i rapporti, anche visivi, con il palazzo, con il palmeto di piazza Bonanno, con il monumento a Filippo V. Necessaria premessa è che si disponga di un’analisi archeologica che individui eventuali resti che potrebbero essere straordinari (si pensi alla possibile presenza di un riyad, magari l’Aula Regia o Aula Verde, ricco di alberi, scriveva il poeta, “carichi della frutta più squisita … i cui frutti sono fiorenti melograni o mele tondeggianti al par di seni”, “di declivi ricoperti dal rosso delle anemoni e dal biancheggiare delle margherite”.  Si potrebbero far coincidere gli scavi (che si presume saranno progressivi, interessando via via parti del Piano) con la realizzazione di un giardino in divenire: una sistemazione verde che preceda lo scavo e, dopo gli esiti, giunga a un impianto definitivo. Coperture erbacee, strutture mobili, materiali inerti possono essere impiegati per i tempi che precedono l’intervento archeologico, seguire una prima ispezione e quindi venire rimpiazzati da interventi definitivi, secondo un progetto paesaggistico che abbia l’evoluzione spaziale tra i suoi caratteri. Una sistemazione dinamica, quindi, ma realizzata sulla base di un progetto compiuto, ben definito nelle sue componenti seppure non definitivo: la definizione finale, sarà infatti anche determinata dai risultati degli studi archeologici, oltre che di archivio. Una sistemazione che si rifaccia alle tendenze più importanti del paesaggio contemporaneo (i cosiddetti giardini in movimento, il “terzo paesaggio”) per la quale, neanche a dirlo, servono paesaggisti di grande valore ed esperienza.

 

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