Cantante, attore, polistrumentista, Mario Incudine dalle serenate nelle strade di Enna, la sua città, è arrivato ai grandi teatri di tutta Italia. Il suo segreto? Una ne pensa e cento ne fa

di Francesca Taormina

C’è un luogo della Sicilia dove le serenate sono sempre state una cosa seria, un rituale che segue tradizioni precise, senza possibilità di errori. La città delle mille serenate è Enna, dove ancora si commissionano sotto i balconi. La tradizione dice tre canzoni, dopo la seconda possono comparire i parenti dell’aspirante fidanzato che fino ad allora si tengono nascosti, e se dopo la seconda canzone ciò che si porta in dono – in genere una corona d’alloro o una pianta – viene fatto entrare a casa della fanciulla, il matrimonio si farà entro l’anno. Non un anello alle fidanzate, ma la musica si offre a chi si ama. Sembra un film di Ficarra e Picone, e invece è tutto vero, ce lo assicura un testimone diretto che ha organizzato serenate da quando aveva otto anni, Mario Incudine. “Con i guadagni delle serenate – ricorda – mi sono comprato la prima macchina in contanti, ma gli imprevisti potevano accadere. Capitava che, durante la serenata, la fanciulla non apriva il balcone, ma arrivava in macchina con un altro uomo. Fine della serenata e del fidanzamento”.

Poi gli studi al Dams, a Palermo, ma i concerti lo portavano in giro per la Sicilia e il suo destino sembrava essere quello del pendolare. E invece la grande fatica non dura molto, tutto si svolge alla velocità del fulmine, come in quei periodi benedetti dal cielo: si sposa, nasce la prima bimba, poi viene nominato direttore artistico del Teatro di Enna, e lì decide di invitare Moni Ovadia con il suo spettacolo. Teatro stracolmo, successo pieno e Incudine invita Ovadia a cena a casa. “Avevo preparato delle prelibatezze ma quando arriviamo a tavola Moni Ovadia mi dice che lui è vegano. Non ci sono parole per la mia disillusione, volevo sprofondare, però non mi sono arreso, due spaghetti al pesto di pistacchio e fu un successo”.

Nasce così, di fronte a un piatto di spaghetti, il rapporto tra Mario Incudine e Moni Ovadia, oggi sono una coppia di fatto, inseparabili. La vitalità e l’energia di Incudine avevano colpito l’attore ebreo ma il momento in cui la collaborazione letteralmente esplode è dopo qualche mese. A Siracusa affidano a Moni Ovadia la regia de Le supplici, e all’improvviso Incudine viene coinvolto come attore, come musicista e collaboratore alla regia. È un colpaccio, arriva il successo, quello vero e la visibilità nazionale. Incudine dà allo spettacolo un ritmo dionisiaco, incalzante, insomma si ha la sensazione che da quel momento in poi l’uno non saprà fare a meno dell’altro. Ovadia è la riflessione, l’intuito, lo studio, l’introspezione, osserva gli altri da entomologo, come se fossero farfalle rare. Incudine invece è Liolà, sì proprio il vitalismo di Liolà, il personaggio di Pirandello che due anni fa ha interpretato al Biondo di Palermo. Una ne pensa e cento ne fa, è movimento, gioia di vivere, di cantare, di lui si dice che canta più veloce di Eminem, Biagio Antonacci lo adora e lo chiamano “Fuoco dell’Etna”.

Oggi ha due figlie, Jole e Irene, le accompagna a scuola e il ragazzo di Enna, il ragazzo delle serenate è oggi a Milano, al Teatro Carcano, per il debutto di Barbablù, una storia noir, con sette mogli uccise, ma Incudine cita Kafka quando dice che “non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia”. È un monologo intenso che racconta la storia del cattivo per eccellenza, i sette amori vissuti, le sette vite distrutte fino all’ultima, l’unica per la quale valeva la pena fermarsi. Una storia finanche troppo attuale, riscritta da Costanza Di Quattro. “Nella mia vita ho cantato in centinaia di matrimoni, ma ai funerali ero richiestissimo, e rimanevo una star delle serenate, il mondo popolare per me non ha segreti, con Biagio Antonacci abbiamo creato Mio fratello. Come si deve essere? Ritmici e melodici, come gli aedi, i cuntastorie, ma l’amore di sempre è e sarà sempre Domenico Modugno”.

A lui ha dedicato uno spettacolo, Mimì, un Modugno delle canzoni siciliane, perfette per Incudine, che le interpreta con grande maestria, e una voce potente, corposa, che nulla ha da invidiare al grande cantautore.  E nel suo essere Liolà, allegro ed entusiasta, il carattere lo avvicina veramente a Domenico Modugno, bravo nel canto come nella recitazione, a suo agio sul palco come a teatro, o a cantare nelle osterie. “Mimì – racconta – come lo chiamava sua madre, e lui si ribellava, Mimì diceva è nome per femmine, il mio deve finire in O. Io mi chiamo Mimmo, e in questo spettacolo che porteremo a Palermo a marzo al Santa Cecilia, io sono me stesso, mi è stato cucito addosso da Sabrina Petyx e Giuseppe Cutino”.

Con Moni Ovadia che firma la regia di Barbablù il rapporto è ultra consolidato. “Lui è l’unico che sopporta la mia ipocondria. Un’estate eravamo a Selinunte e io avevo un puntino nero nella mano, pensai subito al morso di una zecca. Era il 14 agosto, faceva caldo, 45 gradi e pretesi che Ovadia mi accompagnasse al Policlinico. Ero in ansia, straparlavo e arrivammo boccheggianti, il dermatologo ci guardò come due pazzi e ci disse: E che volete per una crosticina? Moni cominciò a insultarmi in italiano, in ebraico, in yiddish, voleva mordermi lui come una zecca. Ma il coraggio se non lo si ha….”

 

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