Solo un busto donato al Conservatorio di Palermo tramanda il ricordo di Franco Ferrara, uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento. Eppure la sua arte superava maestri del calibro di Von Karajan e di Bernstein. Lo fermò un’oscura malattia e si dedicò all’insegnamento. E’ ora che torni sul podio più alto.

di Gabriele Micciché

Nell’aprile del 2017, su iniziativa di alcuni artisti che fanno capo al creativo Laboratorio Saccardi di Palermo, viene inaugurata al Capo la scultura dedicata agli indimenticabili Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. L’iniziativa è accolta con entusiasmo dagli abitanti e si realizza grazie a una colletta (crowdfunding si dice adesso) e a uno sponsor privato.

Quando Vito Marino, “perito chimico alimentare, prestato all’informatica e al Banco di Sicilia” legge questa notizia fa una riflessione: “Con tutto il rispetto per i comici, ma è giusto che Palermo dedichi una statua a Franco e Ciccio e tenga nel dimenticatoio il più grande direttore d’orchestra di tutti i tempi, Franco Ferrara?”. Perché il bancario Marino è soprattutto un grande appassionato di musica. Decide così di finanziare una statua per l’amato maestro. E, in rete, si imbatte nel lavoro di una bravissima scultrice, Eva Riquelme, spagnola di Ibizia che vive tra Cordova e Milano e che ha una grande esperienza nella scultura figurativa tradizionale (è sua una statua di Papa Giovanni Paolo II oggi a Toronto e alta cinque metri). Le commissiona un busto che oggi si può vedere al Conservatorio di Palermo, cui Marino l’ha donato.

Questo l’antefatto. Ma chi era Franco Ferrara? “The best” secondo Leonard Bernstein. “Non sono mai così teso come quando so che c’è Ferrara in sala”, ammetteva Herbert von Karajan, che ebbe a dire: “Il suo ritiro dalle scene ha indubbiamente favorito la mia carriera”.

Ferrara nasce a Palermo nel 1911 e, fin da giovanissimo, esprime un talento per la musica eccezionale. Il padre lo asseconda e si trasferisce con tutta la famiglia a Bologna – Franco è allora un adolescente – perché il figlio segua i corsi di violino, pianoforte e composizione del Conservatorio. L’educazione è severissima. Il direttore Gabriele Ferro, suo allievo, racconta che il padre minacciava che né lui né i suoi fratelli avrebbero avuto la cena se Franco sbagliava le esercitazioni. Allora non esistevano corsi specializzati in direzione d’orchestra e Ferrara impara a dirigere come primo violino nelle orchestre di Bologna e del Maggio fiorentino. Ha come direttori anche Magleberg, Walter, De Sabata.

Sebbene la sua breve carriera di direttore si faccia generalmente risalire al 1938, è probabilmente al Comunale di Firenze nell’estate del 1937 che avviene il suo esordio con L’Eroica di Beethoven. In quei dieci intensissimi anni dirige le più quotate orchestre di Berlino, Dresda, Budapest e, in Italia, alla Scala, al Teatro Regio, al Carlo Felice e, naturalmente, al Massimo nella sua città d’origine. Il repertorio che lo appassiona è quello classico e romantico fino all’alba della modernità con Debussy e Ravel. Non ama Schönberg ma non disdegna di dirigere Stravinskij, Petrassi, Della Piccola. Ferrara soffre però di un male oscuro. Ha delle crisi che lo fanno cadere dal podio. Succede anche a Palermo al Teatro Massimo nel 1946 durante l’esecuzione di una sinfonia di Mozart. Nel 1948, durante le prove de La Giara di Casella, dopo l’ennesima caduta si rivolge all’orchestra della Rai e dichiara: “Signori, non arrivederci, addio: è finita per me. Niente più concerti”.

Perché? Qual era l’origine del suo male? Non l’epilessia, a quanto pare, né un generico svenimento. Alcuni si sono cimentati con la teoria del genio troppo grande per un uomo in fondo semplice. Il paragone con il protagonista del Soccombente di Bernhardt sembra scontato. Un desiderio di perfezione eccessivo? Ma le sue esecuzioni, a quanto dicono i testimoni, erano perfette: “Possedeva un istinto musicale quasi magico, era come se ipnotizzasse i musicisti e mandasse in estasi il pubblico”, diceva il suo amico, il musicologo Roman Vlad. Alla domanda fu lui stesso a rispondere anni dopo: “Non lo so, non so cosa sia successo in me. Mi sarebbe piaciuto continuare a dirigere, mi piaceva proprio. Ma non è stato possibile. Niente di male. Non importa, mi sono dedicato ai giovani e con loro sto bene e sono stato benissimo”.

Finisce così la sua carriera di direttore e comincia quella di didatta. Non meno importante. Seiji Ozawa, Adam e Ivan Fischer, Myung-whun Chung, Daniel Oren, Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Francesco d’Avalos, Eliahu Inbal, Claudio Scimone, Giuseppe Sinopoli: sembra che tutti i maggiori direttori d’orchestra degli ultimi cinquant’anni gli debbano qualcosa. Qual era il suo credo? Roberto Liso, che gli ha dedicato la più recente e completa biografia, risponde così: “Senza ordine non c’è forma, senza forma non c’è stile, senza stile non c’è arte”.

Ma come uomo, come maestro? “Era un uomo semplice, direi quasi di un candore disarmante. Per insegnarci a dirigere ci faceva vedere Totò che dirigeva la banda (In Totò a colori, 1952) per farci capire anche l’importanza del gesto”, racconta Carmelo Caruso che fu suo allievo all’Accademia Chigiana di Siena nel 1982-83, promotore e direttore dell’Orchestra Sinfonica Franco Ferrara con sede a Palermo che raccoglie i migliori giovani talenti dell’isola. “Si può dire – prosegue – che fu lui a inventare il corso di direzione d’orchestra. Prima di Ferrara si diventava direttori come lui, seguendo i grandi maestri. Lui inaugurò un sistema didattico di tipo umanistico. Non si curava della tecnica, che pretendeva impeccabile, ma dell’interpretazione della musica. Lui era la musica, uno straordinario miscuglio di tecnica, genio e natura. Fu anche un grande innovatore e sperimentatore. Non disdegnava di inserire elementi jazz, soprattutto quando eseguiva o componeva musica da film”.

In effetti le rare registrazioni che ci rimangono di Ferrara sono legate alle importanti esecuzioni per le musiche dei film di Visconti (Il GattopardoSensoBellissimaRocco e i Suoi fratelli), quasi tutte quelle di Fellini (“Nino Rota compone e Ferrara esegue”, si diceva), ma anche per Monicelli, Comencini, Blasetti. Diresse il commento musicale per I sequestrati di Altona di De Sica nel 1962 superando la concorrenza di Shostakovic. Come mai? Perché un musicista così colto e raffinato dirigeva le musiche dei film? Per motivi economici? “Non saprei dire se anche per motivi economici – è ancora il maestro Caruso che parla – so però che lo faceva con un’eccezionale passione. E non bisogna sottovalutare che cos’era il cinema in quei decenni. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’esperienza italiana influenzava il cinema di tutto il mondo, Hollywood compresa. E non dobbiamo sottovalutare poi il magico equilibrio che in quegli anni si aveva tra mondo della formazione e mondo della produzione. Un miracolo che oggi non ci sogniamo nemmeno. Non stiamo parlando di un ambiente di serie B e l’amicizia tra Nino Rota e Franco Ferrara ne è testimonianza”.

Nel 1977 Ferrara viene colpito da un ictus che gli paralizza il braccio sinistro. Ma continua per un po’ a insegnare. “Con gli occhi – è ancora Caruso che ci racconta – letteralmente. Ricordo che il maestro stava assistendo a I maestri cantori di Wagner eseguito da Patrick Strub. Gli si avvicinò da dietro e lo assistete nella direzione soltanto con la forza dello sguardo. Quando intervenne lui l’orchestra sembrò triplicarsi. Tale era la concentrazione capace di suscitare tra i musicisti”.

Quando interrompe l’attività ed è costretto a vivere soltanto della pensione di maestro sarà Von Karajan a farsi promotore di una colletta per sostenerne gli ultimi anni. Muore nel 1985.

Un gigante.

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