In tema street food si moltiplicano eventi, iniziative, rassegne e tour, tutti volti all’inseguimento del genius loci gastronomico del popolo siciliano.

di Francesco Mangiapane

La cucina da strada isolana e in particolare quella di Palermo è perennemente magnificata dal discorso turistico locale. In tema street food si moltiplicano così eventi, iniziative, rassegne e tour, tutti volti all’inseguimento del genius loci gastronomico del popolo siciliano. A orientare il desiderio dei turisti sono autonominati esegeti locali, i quali non fanno altro che dire e ridire le pietanze in questione, inserendole all’interno di veri e propri miti di fondazione. Mi sembra, però, che il discorso sulla cucina da strada portato avanti da questo tipo di romantici affabulatori al servizio dello straniero risulti in fin dei conti manchevole di alcuni assetti, che si preferisce tenere per sé.

Facendo sintesi sono almeno tre. Il primo: la cucina di strada si fonda su una divisione netta tra popolo e palazzo. È cosa nota come, invece, la cultura gastronomica siciliana vada in direzione opposta, costituendo un interessante caso di convergenza di questi due orizzonti. Basti pensare alle famose sarde a beccafico, rivisitazione a buon mercato degli esclusivissimi uccelletti (i beccafichi) farciti tanto apprezzati dalla nobiltà: esse rappresentano un buon esempio di una sostanziale consonanza di gusto fra aristocratici e popolani. Nel discorso dello street food locale questa consonanza viene meno. Il popolo va per la sua strada, costretto com’è a ingegnarsi per valorizzare gli scarti di lavorazione degli alimenti destinati ai benestanti. Lo street food è, perciò, portatore di un’ideologia rancorosa, anticasta che ostenta un’estetica del brutto da brandire di fronte allo splendore delle buone maniere dei gattopardi, per indicare il re nudo.

Il secondo: la cucina di strada è fatta da una gastronomia prevalentemente maschile che si costruisce per negazione rispetto allo spazio domestico, marcato dal femminile. In strada, si mangia fra uomini, in piedi, alla ricerca di una complicità tutta mascolina, fondata sull’informalità, sul richiamo sensoriale ed erotico degli odori e dei sapori forti.

Il terzo: la cucina di strada non è la cucina di tutti i giorni. Essa si fonda sull’occasionalità, legata al rovesciamento simbolico ma momentaneo della norma. Nessun siciliano presunto “vero” ha mai vissuto di pane ca meusa o stigghiola vita natural durante.

Non sarebbe male, pertanto, avvertire i tanti turisti alla ricerca del contatto autentico con la città, di come lo street food davvero non possa ergersi a sacro depositario della verità urbana, incarnando solo una delle possibili versioni dei fatti.